Roma, 19 ottobre- “È una storia raccontata nel tempo, nell’arco di 23 anni. È a strati, anche emotivi. Un viaggio lungo non solo fisico, ma anche metaforico. Si svolge lungo un arco narrativo ampio e lungo. Sono partita in un modo e sono arrivata in un altro modo”. Così Kasia Smutniak alla presentazione del suo film dal titolo ‘Mustang’, nelle sale dal 23 novembre con Fandango Distribuzione.
Presentato alla Festa del Cinema di Roma il film documentario è un racconto intimo e inedito che nasce dal primo viaggio compiuto nel 2003 insieme a Pietro Taricone. In quel luogo sospeso, remoto e senza tempo, i due si scambiarono una promessa: tornare un giorno e fare qualcosa per proteggere quella cultura. Il corso degli eventi però cambierà improvvisamente (purtroppo lo sappiamo) e insieme non ci torneranno più. Molti anni dopo la loro figlia Sophie riscoprirà le immagini di quel primo viaggio e di quelli che poi sua madre ha fatto con lei da bambina. È in questo percorso che nasce l’incontro con una donna speciale, Kunzom, e con lei realizza la promessa fatta un tempo: costruire una scuola che consenta ai bambini di quella regione di poter proseguire gli studi senza dover abbandonare le proprie famiglie. “Speriamo di dare una migliore istruzione a questi studenti che non possono frequentare la scuola. Ora in Nepal ci sono slavine, smottamenti e inondazioni”, dice Kunzom.
Dopo ‘MUR’, vincitore del Nastro d’Argento Documentari 2024 per il Cinema del Reale Kasia Smutniak torna dietro la macchina da presa. “Volevo raccontare questi bambini che si svegliano e vanno a scuola con i loro riti. Questi semplici gesti rappresentano una sorta di manuale della felicitò e questa cosa mi dà speranza nel futuro e in quello che avverrà. Ho sentito l’urgenza del racconto anche un po’ per questa scuola che si trova in un momento difficile. Abbiamo tanto da imparare da questa storia”. E poi: “Ci sa un po’ la speranza che esiste la parte migliore di noi stessi. Un pensiero che l’ho un po’ verbalizzato anche quando ho fatto il mio primo documentario Mur. In un momento difficile che stiamo attraversando noi come umanità anche solo una persona che fa una cosa giusta mi dà speranza. Qua è qualcosa di simile. La felicità non è un concetto astratto e irraggiungibile”.
E sulla scelta di questo luogo inaccessibile e sperduto tra il Nepal e il Tibet dice: “Il posto non l’ho scelto io, ma Pietro e non ricordo perché. È tornato a casa dicendo che sarebbe stato bello andare in Mustang”. Mentre sulle musiche del film precisa: “Io comincio sempre a lavorare partendo dalle musiche in questo caso Long Road ha accompagnato tutti i miei viaggi come Lotus Flower dei Radiohead. Volevo creare due mondi: uno rappresentante di quella cultura con suoni come quelli delle campane e mischiarlo con i suoni che appartengono a noi ovvero quelli elettronici o più moderni. Le musiche sono in genere importanti proprio nella mia vita”.
Scritto dalla stessa Kasia con Marella Bombini (“abbiamo cercato di dare forma a tanti materiali provati”), il film è una produzione Fandango in associazione con Luce Cinecittà con il contributo di Associazione Pietro Taricone grazie al sostegno di Unione Buddhista Italiana.
E il produttore Domenico Procacci, nonché marito di Kasia Smutniak, dice: “Questa è una storia che da un certo punto in poi è diventata anche la mia. Ovviamente ho avuto un coinvolgimento diverso da quello di semplice produttore. Sono felice del lavoro fatto e testimone della difficoltà della passione e della fatica di questo lavoro. È stato un film molto difficile da realizzare”.
Infine Kasia Smutniak conclude: “Questo film per me è un cerchio che si conclude. Apre una parte e la chiude. È molto personale. Anche il mio lavoro da attrice dà tutto il mio bagaglio emozionale, il pubblico non sa quale sia. Qua arriva con più facilità perché di fronte a queste emozioni ci sono le facce e i nomi. Penso che per noi artisti non abbia senso fare qualcosa che non sia personale. Qua è semplicemente più evidente. Mia figlia è diventata parte del racconto. Lavoravo su questo progetto dal 2018 e pensavo a quale potesse essere la chiave. Sofia era ancora piccola, poi abbiamo pensato che il suo punto di vista potesse essere il più genuino, ma era molto piccola. Poi lei un giorno è diventata grande e ha deciso di compiere a 19 anni il primo viaggio in solitaria in Mustang. E prima della partenza mi chiese la telecamera del padre. Così ho pensato che quella potesse essere la giusta chiave di lettura per raccontare questa storia”.

