Roma, 6 ottobre- “Quando stavo in carcere mi sono aggrappato alla fede e alla speranza. Ho pensato molto alla mia famiglia e a tutti quelli del mio paese che hanno sempre creduto alla mia innocenza. Pensavo anche che primo o poi sarei uscito da lì e sarei stato libero”. A parlare è Beniamino Zuncheddu ingiustamente condannato nel lontano 1991 di aver commesso un triplice omicidio sui monti del Sud della Sardegna. Tre gradi di giudizio in un anno per dargli un ergastolo. Venticinque anni dopo un avvocato, Mauro Trogu, decide di lottare- pro bono- per restituirgli la libertà. Ci riesce: ottiene la revisione del processo e l’assoluzione nel gennaio del 2024.
Ora con Zustìssia, diretto da Francesco Piras e scritto da Lisa Nur Sultan e Nicccolò Gentili, arriva al cinema, dal 15 ottobre con PiperFilm (in Sardegna dall’8), il film sul più lungo errore giudiziario della storia italiana: ben 33 anni di ingiusta detenzione. Una storia purtroppo vera, già raccontata nel libro Io sono innocente, edito da De Agostini Libri, scritto dagli stessi Mauro Trogu e Beniamino Zuncheddu, nel film interpretati rispettivamente da Michele Riondino e Fabrizio Ferracane.
“Sono un privilegiato perché sono stato eletto per raccontare questa storia- dice Michele Riondino-. Il cinema ha bisogno di storie e la realtà che viviamo è talmente paradossale che si fa meno fatica a cercarle che a inventarsele. Questa non è semplicemente la storia di un errore giudiziario, ma è il risultato di una serie di negligenze di un sistema. Questo è un problema collettivo. Il problema della magistratura in Italia va affrontato per la comunità. In più è una storia che non è conclusa: se c’è una persona condannata all’ergastolo per un errore che non ha commesso vuol dire che un’altra è a piede libero. Ho conosciuto Beniamino e sono rimasto spiazzato dalla sua gentilezza. Mi immaginavo di incontrare una persona arrabbiata, il suo modo di fare mi ha fatto molto riflettere”.
E Fabrizio Ferracane: “Qualsiasi interpretazione non può restituire quello che realmente Beniamino ha vissuto. Io ho cercato di restituire una verità e il suo dolore. Ho cercato di infilarmi nei suoi silenzi e nelle sue movenze. Questa è una storia potente e forte che racconta un’ingiustizia più che un errore giudiziario”. Nel cast anche Geppi Cucciari nel ruolo di Irene Testa, tesoriera del Partito Radicale e garante dei diritti dei detenuti della Regione Sardegna; Francesco Colella, nella parte del procuratore Piantoni e infine Philippine Leroy-Beaulieu in quelli della procuratrice Francesca Nanni. Musiche originali di Iosonouncane.
“Sono felice di aver interpretato una grande donna come Irene Testa- dice Geppi Cucciari-. Bisogna continuare a indignarsi per le ingiustizie perché quello che è successo a Beniamino potrebbe accadere a voi o a qualcuno che amate. Questa è una storia ingiusta e illegale. Personalmente sono rimasta molto colpita dalla sua famiglia. Gli sono stati sempre accanto e non gli hanno mai voltato le spalle”.
“Ho cercato di raccontare questa storia con grande rigore” dice il regista. E l’avvocato Mauro Trogu, presente in conferenza stampa, commenta: “Tutto quello che vedete nel film corrisponde a verità. Penso che si sia riuscito a sintetizzare la vicenda di Beniamino in modo non riduttivo. Viene trasmesso un messaggio civile importante. Si insegna la prudenza nel giudicare le persone. Attualmente c’è un’indagine aperta nella procura di Cagliari contro ignoti per capire chi siano stati i reali omicidi. Esiste anche un’indagine della procura di Roma per falsa testimonianza contro il falso testimone e la moglie del testimone. Vedremo se questa falsità sarà accertata a fine di questo processo. Spero che il film comunque veicoli un messaggio legato al cattivo funzionamento della giustizia e non diventi un atto di accusa contro i veri colpevoli”. E sul processo: “Nella sentenza quasi ci si rimprovera di aver reso pubblico il suo processo. La prima parte, quella preliminare, è governata solo dal pubblico ministero e dal principio del segreto investigativo. Delle indagini il pubblico non dovrebbe sapere niente. Si formulano ipotesi e tutto va preso con le pinze. Nei talk assistiamo a processi celebrati sulla base di elementi presi dalle indagini preliminari. Noi questo non lo abbiamo fatto. Abbiamo lavorato sei anni in segreto e in silenzio, senza rendere pubblico niente. Il dibattimento è pubblico e lì abbiamo svolto un servizio costituzionale. Come cittadini dovremmo sempre interessarci a quello che avviene nelle aule di tribunale e non a ciò che avviene nel corso delle indagini quando sono ancora tutte ipotesi. Anche in questo il processo di Beniamino è stato un esempio di civiltà”.
Infine Beniamino Zuncheddu conclude: “Questo film mi ha davvero emozionato. Sono tornato indietro nel tempo. Uscito dal carcere sembravo un cadavere ambulante, ora mi sto riprendendo. Mai nessuno mi ha chiesto scusa se non il Partito Radicale”. Ad oggi Beniamino Zuncheddu non ha ancora ricevuto alcun risarcimento.

