lunedì, 24 settembre 2018

Sembra mio figlio, migranti fra genocidio e identità

Sembra mio figlio, migranti fra genocidio e identità

Roma, 14 settembre (di Francesca Pierleoni) – Il popolo hazara, per alcuni storici discendente dell’armata di Gengis Khan, per altri autoctono dell’Afghanistan, dove vive perlopiù nella parte centrale del Paese, conta oggi quasi otto milioni di persone ed è vittima da oltre un secolo di un genocidio spesso dimenticato. Nel 1890 ne fu sterminato il 62%, e dagli anni ’90 i talebani hanno ridato il via contro gli hazara a una serie interminabile di violenze che continua ancora oggi. La loro diaspora fa da sfondo alla storia di due fratelli, fra sradicamento, ricerca dell’identità e rinascita, raccontata da Costanza Quatriglio nell’intenso Sembra mio figlio, che dopo il successo all’Ultimo Festival di Locarno arriva in sala dal 20 settembre con Ascent Film.

Alla base del lungometraggio, girato anche in Iran (è il primo film occidentale girato nel Paese mediorientale dopo 40 anni), per la parte ambientata in Pakistan, c’è come fonte d’ispirazione la storia vera di Mohammad Jan Azad(che ha collaborato alla sceneggiatura), scampato in Afghanistan ai talebani e arrivato in Europa come minore non accompagnato, che la regista di Terraferma e 87 ore aveva già in parte raccontato nel documentario Il mondo addosso (2006) e poi di nuovo nel corto Breve film d’amore e di libertà, con la svolta del suo ritrovamento, dopo anni senza notizie, della madre.
“Nell’invenzione di una vicenda due fratelli, che richiamasse quella di Mohamad, in un continuo susseguirsi di cinema e carne, questa non è più solo la sua storia ma quella di tanti, di tutti, raccontata dal punto di vista di chi ha vissuto quello sradicamento dal proprio Paese e dalla madre”. Per i due straordinari protagonisti Costanza Quatriglio ha scelto due non professionisti lo scrittore e giornalista Basir Ahang, e Dawood Yousefi, entrambi rifugiati da anni in Italia. “Abbiamo setacciato il mondo in cerca dei giusti interpreti guardando sia agli attori professionisti che non professionisti – dice la cineasta -. Ci sono arrivati provini anche da Kabul, dal Canada, l’Australia, poi ho conosciuto loro, a Milano e Roma. Era importante naturalmente fossero hazara, che avessero memoria dei fatti alla base della storia raccontata ed era fondamentale il rapporto con la lingua”.
Nel film, che mescola italiano, persiano e hazaragi, il 29 enne Ismail (Ahang), ci è stabilito a Trieste con il fratello maggiore Hassan (Yousefi), sarto di talento, che porta ancora i segni fisici e psicologici delle torture subite dai talebani. Vent’anni prima, da bambini, nel pieno delle stragi contro il loro popolo, erano fuggiti dall’Afghanistan su volontà della madre, di cui da allora non hanno più notizie. Ismail, che si mantiene con mille lavori sta cercando di aiutare il fratello ad aprire una sua sartoria e nel frattempo è riuscito ad avere in maniera rocambolesca, notizie della madre, risposata a un misterioso ‘comandante’. L’uomo offre ai due fratelli la possibilità di un incontro in Pakistan, terra dove molti hazara hanno trovato rifugio. Entrambi accettano, ma la richiesta di sottostare a matrimoni combinati, li separa. Hassan parte, seguito dopo poco da Ismail alla ricerca della sua famiglia in Pakistan. Un percorso fatto di distruzione, stragi, violenze e rinascite.

“Avendo vissuto alcune situazioni simili a quelle del film – dice Ahang – girarlo non è stato facile, perché si vorrebbe dimenticare per vivere. Essere in Sembra mio figlio però mi ha aiutato a confrontarmi con la mia esperienza. Finalmente si parla del genocidio di un popolo ignorato dai media e dalla politica internazionale. Questo progetto è un sogno per me, non credevo si riuscisse a realizzare”.

Anche Yousefi ha ritrovato nella storia tratti del suo vissuto: “Non vedo mia madre da 17 anni, è stato emozionante recitare in una storia che poteva essere la mia. Spero che raccontare per la prima volta questo genocidio che va avanti da più di 100 anni, aiuti a cambiare qualcosa in Europa, dove stiamo vivendo un momento non facile. Essere hazara non può essere un crimine, anche perché facciamo tutti parte di un’unica razza, quella umana. Girando alcune scene, mi veniva da piangere ma io non riesco più a piangere più da quando avevo 10 anni”.

Per il film “abbiamo aspettato per mesi le autorizzazioni per girare in Iran e una volta arrivati, durante le riprese, è capitato che ci arrestassero… più volte – spiega Andrea Paris, produttore con Matteo Rovere – quando riunisci 300 iraniani a pochi km da Teheran, arrivano i pasdaran”. Costanza Quatriglio “ha avuto la capacità di costruire un progetto che sembrava impossibile. Parte da casa nostra e racconta storia universale, in cui ha il coraggio di affrontare temi che oggi sembrano fuori moda, antivoto, come l’antirazzismo, i transitanti. Costanza con il film riflette allo spettatore l’energia che gli abbiamo dedicato”.

Girare Sembra un figlio “è stato un viaggio molto faticoso e entusiasmante, una continua sfida. Sul set si parlavano quattro lingue, italiano, farsi, inglese e hazagiri, con due traduttori sempre con noi. E’ stata un’avventura pazzesca, in cui abbiamo vissuto momenti di grande gioia e confusione. Io però sono riuscita a mantenere la calma, non so da dove ho preso forza di non mollare mai”. Per il film non avete pensato a un debutto alla Mostra del Cinema di Venezia? “Non lo hanno voluto – risponde Rovere – ,ma è anche vero che loro avevano visto una prima versione molto più lunga. Comunque ci è servita molto l’esposizione internazionale dei Locarno”

Leggi anche