martedì, 11 dicembre 2018

Frankenstein compie 200 anni. Sullo schermo dal 1915

Frankenstein compie 200 anni. Sullo schermo dal 1915

Roma, 10 marzo – (Romano Milani) Il 1816 è bollato dalla storia come “anno senza estate” o, peggio, “anno della povertà”. Di suo è stato anche bisestile. Cataclismi di ogni genere – eruzioni, terremoti, tempeste, inondazioni, carestie, gelate, uragani, maremoti – tennero in scacco mezzo mondo e fu loro addossata perfino la sconfitta di Napoleone a Waterloo. Ma – facciamo appello alla saggezza popolare! – “non tutti i mali vengono per nuocere”. Giacomo Leopardi si dedica alla traduzione degli antichi latini e greci; gli americani scoprono il West; il pittore inglese William Turner dedica a quell’estate opere irripetibili; in Germania un eclettico barone progetta una macchina da scrivere che battezzò “pianoforte per scrivere rapido”, fabbrica un tritacarne, un estintore, un riflettore a luce solare, un sottomarino munito di periscopio ma soprattutto, di fronte alla moria di animali cui mancava il foraggio, realizza due mezzi di trasporto che di loro non avevano bisogno: li faceva andare chi li usava. Era nata la bicicletta.
Ma soprattutto ed è per questo che li abbiamo ricordati, quei cataclismi si rivelarono, non vogliamo dire provvidenziali, ma certamente preziosi anche per la letteratura mondiale: le “incessanti nevicate” di luglio e l’estate complessivamente inclemente sulla Svizzera, obbligarono uno scapestrato manipolo di ragazze e giovanotti che facevano 109 anni in tutto, in vacanza sul lago di Ginevra, a starsene tappati in villa.
Il 14 maggio 1816, manco a dirlo una piovosa giornata, Mary Wollstonecraft Godwin 19 anni compiuti proprio in quell’estate e il 24nne Percy Bisshe Shelley in procinto di maritarsi con lei, raggiungono Ginevra prendendo in affitto la Maison Chapuis, sulle rive del lago, nei pressi di Villa Diodati dove risiedeva George Gordon Noel Byron, 28 anni, con la diciottenne Claire Clairmont incinta di lui e sorellastra di Mary. Completava l’eccentrica brigata John William Polidori, 20 anni, segretario e medico personale di Byron e poi autore de “Il vampiro”, il primo racconto della letteratura moderna sul genere sublimato da Dracula.
Difficile uscire a passeggio, bagni neanche a parlarne, ammazzare (è il caso di dirlo) il tempo, leggevano ad alta voce racconti dell’orrore, storie di fantasmi, leggende di vampiri. Con quale entusiasmo, quindi, abbiano accolto la proposta di Byron di sfidarsi a colpi di novelle terrificanti, è facile immaginarlo. Del quintetto due erano le personalità di spicco: Shelley, vegetariano e anarchico, ammirato da Carlo Marx, definito dal nostro Carducci “spirito di titano/entro virginee forme” e lord Byron, poeta già famoso, messo al bando dall’aristocrazia britannica perché bisessuale e rivoluzionario. Ma a cogliere di sorpresa i convitati fu l’ospite più imprevedibile: Mary, futura signora Shelley,che abbozzò l’esaltante ed esaltata figura del dottor Victor Frankenstein, ossessionato dalla fissazione di poter ridare la vita a un morto che, una volta resuscitato, finì anche per usurpargli il nome. Un’idea non del tutto fantastica (sia come aggettivo che come iperbole) che Darwin aveva già abbozzato e che un medico italiano, Giovanni Aldini (figlio della sorella del celebre fisico Luigi Galvani) aveva concretizzato: proprio a Londra, in veri e propri show, tanto terrificanti e cruenti da far morire di infarto addirittura il suo assistente, mostrava come l’elettricità potesse rianimare, anche se per pochi istanti, corpi morti. Non è quindi da escludere – sottolineano gli esegeti, forse malignamente– che la stessa Mary ne avesse sentito parlare. Ma questo – diciamo noi – non cambia nulla.
Dopo una gestazione più che doppia rispetto a quella naturale, durante la quale Mary, su incoraggiamento di Shelley (suo futuro marito) portò il racconto iniziale alle dimensioni di romanzo, l’11 marzo 1818 Frankenstein vedeva la luce, figlio di nessuno. In copertina, infatti, non figurava il nome dell’autrice. “Frankenstein o il moderno Prometeo” era il primo titolo, un parallelo con il mitologico Titano che ardì rubare il fuoco agli dei divenendo, così, simbolo di sfida all’ordine costituito.
A trasferirsi dalle pagine agli schermi il mostro cominciò già all’epoca del muto: il primo è del 1910 ma era solo un corto cui seguì 5 anni dopo “Life Without Soul” (Una vita senz’anima) andato perso ma accreditato come il primo lungometraggio e nel 1920 fu la volta dell’italiano “Il mostro di Frankenstein” (anche questo perduto) del torinese Eugenio Testa. Bisogna aspettare il 1931, quando il cinema era diventato sonoro, per assistere alla resurrezione nelle fattezze dall’attore che sarebbe diventato iconograficamente Frankenstein: Boris Karloff. Da quel momento le “apparizioni” della creatura di Mary Shelley non ebbero più sosta: potremmo dire che fino ad oggi – mediamemte – non è passato anno senza che Frankenstein ci terrorizzasse, com’era suo compito, che si scontrasse, imprevedibilmente, con altri mostri, che, inaspettatamente, avesse moglie e figli, che fosse vittima, lui, di parodie, ma in qualche occasione (una per tutte “Frankenstein junior” di Mel Brooks con Marty Feldman) ci facesse anche sorridere.

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