venerdì, 18 agosto 2017

Amy Adams, in Italia mi sento a casa

Amy Adams,  in Italia mi sento a casa

Giffoni Valle Piana, 18 luglio (Fr. Pierl) ”Amo l’Italia, tanto che il nome di mia figlia, Aviana, viene da una città italiana (Aviano, ndr). Nella gente in questo Paese c’è un’apertura unica, ti senti accolto da tutti, ti fanno sentire a tuo agio come a casa tua. Tutte le volte non vedo l’ora di tornare”. Parola di Amy Adams, che nel nostro Paese, a Vicenza per l’esattezza (il padre, militare, era in servizio alla base Elder, ndr) ci è nata 42 anni fa. L’attrice si è confrontata oggi al Giffoni Film Festival con una platea di ragazzi entusiasta.

”Una delle cose che mi ha attratto in Arrival era il messaggio del film, di unità fra popoli, di andare oltre le guerre, trovare il modo di lavorare insieme per trovare una strada di sopravvivenza comune – ha spiegato -. Al momento però non è questa la strada che ha preso il mondo, spero che la vostra generazione, e quello che vedo qui già mi rende fiduciosa, sarà in grado di agire in modo diverso, prendendo la strada giusta. Non mi deludete”.

L’attrice nominata cinque volte al premio Oscar, la ritroveremo presto in Justice League; c’è poi il progetto di un biopic su Dick Cheney diretto da Andy McKay (con lei nella parte della moglie dell’ex vicepresidente Usa) e sarà anche la protagonista della serie drama/noir diretta da Jean-Marc Vallée, Sharp Objects.

Quarta di sette figli, si è avvicinata nell’adolescenza prima alla danza e poi alla recitazione: ”Si può dire che faccio l’attrice grazie a un esame di chimica che non ho passato al liceo – racconta sorridendo -. Ho capito allora che non sarei mai diventata medico, come inizialmente pensavo, e ho iniziato a concentrarmi sulle arti performative”. A convincerla ad accettare un ruolo è ”la reazione che provo quando leggo la sceneggiatura – dice – se sento nella mia testa la voce del personaggio, se capisco di essere in grado di esprimerla dico sì. E ora che sono più adulta, cerco personaggi che possano in qualche modo essere d’aiuto anche per gli altri, attraverso le esperienze che vivono”. Tra i personaggi che ha amato di più ci sono quelli di Come d’incanto (”quando ho letto il copione ho detto all’uomo poi diventato mio marito che non potevo immaginare nessun altro interpretarlo”), ma anche quello di Junebug, per cui ha avuto la sua prima candidatura agli Oscar e di Arrival”. La peggiore esperienza? ”C’è un film di cui ho parlato apertamente, che oltretutto è tra i più popolari che ho fatto, che per me non è stata un’esperienza per niente facile (American Hustle, a causa dei conflitti con il regista David O. Russell, ndr) ma rifarei anche quello. E’ stato complesso girarlo perché la sera ero talmente tesa che avevo paura di non poter dare la parte migliore di me alla mia famiglia, a mia figlia, ma mi ha anche insegnato a lavorare in un modo diverso, a separare le cose”.

Invece tra i registi con cui le piacerebbe lavorare ”c’è Patty Jenkins, la regista di Wonder Woman, penso potremmo fare qualcosa di divertente insieme”. A chi le chiede un consiglio per affrontare i provini dice ”oddio, io ero pessima ai provini… imparate dai vostri errori, non prendete i no come una cosa personale e andate avanti”. Rispetto al maschilismo ”non penso sia solo ad Hollywood, ma credo sia un problema molto più profondo e diffuso. Dobbiamo rispettare come donne il fatto che le nostre scelte e le nostre barriere vengono da esigenze profonde e non dobbiamo fare l’errore di sacrificarle per far felici gli altri”. C’è qualcosa che non rifarebbe nella sua vita?”Forse non uscirei con un paio di ragazzi… no, scherzo, penso che rifarei tutto, perché mi ha portato ad avere uno splendido marito e una bellissima figlia, che cerca sempre di farmi ridere”.

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