lunedì, 3 ottobre 2022

Venezia, il caso Braibanti di Gianni Amelio in concorso

Venezia, il caso Braibanti di Gianni Amelio in concorso

Venezia, 7 settembre- “Ho scoperto di avere le stesse fragilità di Aldo Braibanti e questo forse ha giovato al film, ma non ha giovato a me. Lui si è innamorato, anche io. Non sono andato in galera come lui, ma sono chiuso in un carcere mio”. Parola di Gianni Amelio che oggi a Venezia ha presentato in concorso Il signore delle formiche (da oggi in sala). Ad interpretarlo vi è Luigi Lo Cascio, al suo fianco nel cast anche Elio Germano, Sara Serraiocco e per la prima volta Leonardo Maltese.

La storia è quella del drammaturgo e poeta Aldo Braibanti condannato a nove anni di reclusione con l’accusa di plagio, cioè di avere sottomesso alla sua volontà, in senso fisico e psicologico, un suo studente amico da poco maggiorenne. Il ragazzo, per volere della famiglia, venne rinchiuso in un ospedale psichiatrico e sottoposto a una serie di devastanti elettroshock, perché “guarisse” da quell’influsso “diabolico”.
Alcuni anni dopo, il reato di plagio venne cancellato dal codice penale. Ma in realtà era servito per mettere sotto accusa i “diversi” di ogni genere, i fuorilegge della norma.

“È limitativo dire è un film sul caso Braibanti- prosegue il regista-. No, questo è un film su una grandissima storia d’amore tra un uomo e un ragazzo. Autobiografica, molto: anche io durante il film ho vissuto una storia d’amore tormentata”.
Sul suo Braibanti Lo Cascio dice: “È un personaggio enigmatico con dei punti in contrasto tra loro. C’è una sproporzione tra la sua grandezza e le sue fragilità nel sentimento amoroso. È un filosofo con una grande capacità di linguaggio che sceglie la strada del silenzio quando deve contrapporsi ai suoi interlocutori”.
“Oggi la passione è sconveniente. È conveniente il profitto, i numeri e la finalità di un’azione. Il mio personaggio vive questa contraddizione che è qualcosa di molto contemporaneo. Oggi anche nel lavoro bisogna solo obbedire al principale in un’ottica di scalata sociale e arrivismo e nel non sentire che il proprio mestiere è un modo per contribuire alla comunità”, dice Elio Germano. E poi ancora: “Questa è una storia che ha tanti rimandi con il nostro vivere contemporaneo. Siamo allevati a un mondo in cui i sentimenti devono essere messi sotto le scarpe. Ogni amore è un plagio, un reato, non ti riconosci più”.

Il regista, già Leone d’Oro nel 1998 con Così ridevano, omaggia i radicali: “Mi interessava far vedere quanto sono stati importanti. Si deve a loro se il reato di plagio è stato cancellato nel 1981”. E poi in conferenza stampa risponde, o meglio non risponde, alla domanda di un giornalista, Fabio Ferzetti, dicendo: “Il tuo titolo era infame (ndr. “Hammamet, un grande Pierfrancesco Favino per un piccolo film”, L’Espresso, 14 gennaio 2020) per cui scusami ma non rispondo alla tua domanda. Ho cancellato il tuo numero e non voglio avere rapporti con te per la vita. È stato un orribile titolo: brutto e offensivo”.

Infine sulle prossime elezioni conclude: “Imbarazzante e inquietante è il momento che stiamo vivendo. Nessuno di noi si aspettava una campagna elettorale così precipitosa. Voterò ma non so per chi. Deciderò all’ultimo momento mentre le altre volte avevo le idee molto chiare. Questa campagna elettorale è davvero imbarazzante. Qualcuno ha detto ci sono le unioni civili dovete accontentarvi. La mancanza di amore e di empatia è pericolosa: penso alla signora in centro a Milano che pochi giorni fa ha chiamato la polizia per denunciare due ragazzi che si baciavano per strada”.

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