domenica, 11 dicembre 2016

Un’esordiente in giro per Roma

Un’esordiente in giro per Roma

Roma, 19 ottobre (Fr. Palm. con servizio video di Stefano Amadio) – La Festa di Roma continua a credere negli esordienti: se un anno fa è partito dalla capitale il fortunato viaggio di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, in quest’edizione è Karin Di Porto a incrociare le dita per il suo Maria per Roma, di cui è regista, sceneggiatrice e anche interprete. Al suo fianco, nel cast, un gruppo di attori non professionisti che fanno parte del laboratorio teatrale che ha frequentato, il Duse di Francesca De Sapio.

Laureata in Legge, Karen non ha mai indossato la toga ma gli abiti di scena, girando dei corti e poi approdando al suo primo lungometraggio, un’opera indipendente, a basso budget, che non ha ancora una distribuzione ma grazie alla Festa ha la sua vetrina: “Sono veramente contenta di essere stata chiamata – dice – E’ una grande opportunità e una spinta per far conoscere questo piccolo film, che ho realizzato come volevo, ricevendo solo calore e sostegno da chi vi ha partecipato. Per una debuttante è un ottimo inizio”.

Il film racconta la giornata piena e frenetica di una donna che non si separa mai dalla sua cagnolina Bea, che corre con il suo motorino tra le strade del centro di Roma, dividendosi tra il lavoro – è una “key holder” di un’agenzia che affitta appartamenti per stranieri – e il suo sogno: fare l’attrice. “Entrare nel giro” non è facile, tra risposte per provini fatti che non arrivano e progetti che sembrano ingranare ma poi non si concretizzano. E intanto 24 ore volano, lei è perennemente in ritardo, il cellulare non smette mai di squillare e ci sono sempre nuove case da consegnare…

“Il titolo del film è un detto romano che significa ‘cercare qualcosa che non si troverà mai’, perchè a Roma di Marie ce ne sono tante, è un nome comunissimo – spiega la regista – Inoltre, quell’espressione vuol dire anche non essere affidabile e mi sembrava descrivesse bene, in modo ironico, il personaggio”.

Come è nata l’idea di raccontare questo microcosmo circoscritto e personale? “La base è autobiografica, ho fatto il lavoro di Maria e avevo una vita buffa e delirante – risponde Karen Di Porto – Più di una persona mi diceva di fare un film ma ho sempre aspettato, finchè una volta, alla fine di una giornata pesante, ho pensato a una storia che riguardasse anche altra gente. Il film parla della ricerca di una realizzazione”.

Roma, insieme a Maria, ha il ruolo della protagonista: “Sono felice di come ho colto i suoi aspetti – afferma – Emerge una città che ha sia freddezza, sia calore, bella ma indifferente, con tutte le sue difficoltà. Ma sa essere anche un ristoro e un teatro della vita”.

Girare un’intera pellicola senza una trama precisa, nè una struttura forte, può suonare insolito, un po’ ambizioso e di certo non semplice: “Ne sono consapevole, una delle maggiori difficoltà del film era proprio la mancanza di una struttura – riconosce la regista – Mi è stato consigliato di alzare il livello di disperazione di Maria, magari facendole perdere la casa, ma io non ho voluto puntare sul plot. Volevo semplicemente mostrare come una giornata può far cambiare interiormente una persona, che di sera si ritrova felice”.

Infine, a chi ha fatto notare qualche riferimento morettiano, replica così: “Moretti? Il paragone è lusinghiero, ma è soltanto lo sfondo di Roma a unirci. C’è, però, un regista che ha parlato della romanità e che mi ha incoraggiato ed è Gianni Di Gregorio”.

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