mercoledì, 23 agosto 2017

Una femminile e vitale Pazza gioia

Una femminile e vitale Pazza gioia

Roma, 6 maggio (Francesca Palmieri) – È vitale e incontrollabile La pazza gioia che Paolo Virzì racconta nel suo nuovo film che sta per volare a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs, inseguita da due “donne sbagliate” – come le ha definite il regista – in credito con la vita, che il destino fa incontrare, riconoscere e unire perchè, seppur molto diverse, hanno la stessa ferita d’anima.

Nella pellicola, in sala dal 17 maggio con 01 e prodotta dalla Lotus con Rai Cinema, a formare una nuova coppia femminile del cinema italiano sono Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, che vediamo (rin)chiuse in una comunità terapeutica per disturbi mentali, considerate dalle autorità matte e persino pericolose, allontanate dalle famiglie e messe ai margini.

Beatrice Morandini Valdirana, istrionica, esplosiva e loquace, ha origini nobili e ha conosciuto la ricchezza, l’agio e il benessere, prima di innamorarsi di un delinquente che le ha rovinato la vita; Donatella Morelli, invece, molto più umile, schiva e chiusa, porta i segni della sofferenza – e di un doloroso segreto – sul suo giovane corpo, magrissimo e pieno di tatuaggi e cicatrici. L’amicizia che nascerà tra due caratteri così fragili e particolari sarà come la fuga che faranno: strampalata, toccante e disperata, in cerca di una felicità mancata da assaggiare anche solo brevemente, per sentirsi “normali” in un mondo che forse è ben più “sbandato” di loro…

Virzì, che ha firmato la sceneggiatura con Francesca Archibugi, spiega quale è stata la scintilla che ha dato vita alla storia: “Durante le riprese de Il capitale umano, Micaela venne a trovarmi sul set per il mio compleanno e Valeria, che interpretava la signora Bernaschi, l’accolse e camminarono vicine. Micaela seguiva Valeria con un misto di fiducia e terrore che mi colpì, avrei voluto filmare quel momento e quell’immagine mi è rimasta nel cuore. Inoltre, girammo un finale alternativo del film, con Valeria che scappava dal ricevimento e dal marito correndo verso un burrone, libera, senza scarpe. Ecco, si può dire che il personaggio di Beatrice e l’idea della fuga siano nati così”.

Il regista ha condiviso quell’intuizione con l’Archibugi, sua amica di sempre: “Francesca è stata la prima persona a cui ho raccontato questo spunto – dichiara – Entrambi abbiamo la passione per la psichiatria e i casi patologici e clinici, che sono il cuore di molta narrativa letteraria e cinematografica. Nei miei lavori, amo mescolare gioia e dolore, il cui confine è incerto. Questo è un film realistico con dei momenti da commedia avventurosa, che in alcuni punti diventa anche un trip psichedelico, con la macchina da presa che vede la realtà alterata come quella dei personaggi dipendenti dai farmaci. E non manca neanche un tocco di fiaba, quando le due donne fuggono su una macchina d’epoca con dei costumi di scena”.

Proprio quel frammento riporta alla memoria Thelma e Louise, anche se Virzì sottolinea di “averlo studiato poco” e Francesca Archibugi ammette di “averlo amato poco”: “Waintrop, che ci ha voluto a Cannes, ha detto che è un Thelma e Louise nel mondo dei lunatici – afferma il regista – Noi onestamente abbiamo reso omaggio a Un tram chiamato desiderio, ma è vero che ogni film prende la sua strada e la sua sfumatura”. Quanto alla passione per le protagoniste femminili, aggiunge: “Mi interessano da sempre, da quando leggevo “Piccole donne” oltre a Jack London. Mi piacciono le donne di Pietrangeli, di Scola e di Allen, preferisco Io la conoscevo bene a Il sorpasso e tifo non per le eroine edificanti e virtuose, ma per quelle escluse o stigmatizzate come ‘poco di buono’, come la mamma de La prima cosa bella. E ho amato tanto le mie due attrici, mi sembravano bellissime, struggenti ma anche buffe e comiche. Il disagio mentale riguarda tutti noi ma fa paura, è più semplice allontanare le persone che soffrono, ma per me bisogna aver paura di chi ha paura della pazzia”.

La parola, ora, spetta proprio alle sue due Muse: “È stata un’esperienza molto liberatoria, non ho tanto costruito, quanto decostruito – dice Valeria Bruni Tedeschi – Il lavoro principale è stato chiedere al mio super Io, molto presente, di andare in vacanza per qualche ora al giorno”.

Per Micaela Ramazzotti, “La pazza gioia è un’euforia irragionevole di due donne che si prendono per mano e si curano grazie al viaggio e all’incontro. Per rendere giustizia a Donatella e capire da dove partire, sono andata negli ospedali e con Paolo abbiamo delineato prima il suo esterno, cioè il suo aspetto fisico. Interiormente, la sua ossessione è chiedere scusa al figlio per la madre che non è stata”.

 

 

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