sabato, 20 luglio 2019

Un posto sicuro (senza Eternit)

Un posto sicuro (senza Eternit)

Roma, 27 novembre (Fr. Palm.) – Il cinema non ha il potere di fare giustizia, ma può raccontare e riportare alla memoria pagine drammatiche della nostra storia: con Un posto sicuro Francesco Ghiaccio ha ricordato le vittime dell’Eternit, che si sono ammalate di tumore a contatto con l’amianto, perchè lo hanno maneggiato o anche solo respirato.

La fabbrica di Casale Monferrato, che agli inizi del ‘900 fu accolta come una svolta professionale per tantissime persone, si trasformò nel tempo in una trappola mortale: morirono non solo operai, ma anche le mogli che avevano lavato a mano le loro tute da lavoro, i contadini e le persone che abitavano in quella zona. Fu come uno sterminio per un paese così piccolo: in tutto ci furono quasi 2000 morti e un picco di decessi è previsto per il 2020. La vicenda finì in tribunale: inizialmente i proprietari belgi e svizzeri della Eternit furono condannati, ma nessuno andò in carcere perchè tutto si interruppe nel 2014 per decorrenza dei termini. Finì dunque tutto così e le famiglie delle vittime non furono neanche risarcite.

Il film, prodotto da Indiana con La piccola società e Rai Cinema, in sala dal 3 dicembre con Parthenos, è interpretato da Marco D’Amore (anche nel ruolo di co-sceneggiatore con il regista), Giorgio Colangeli e Matilde Gioli.

Sullo schermo quello che successe a Casale Monferrato viene raccontato attraverso la storia di Eduardo e Luca, rispettivamente padre e figlio. I due non si parlano da molto, Luca vive solo, ha rinunciato ai suoi sogni d’attore e si arrangia facendo il clown alle feste. Una telefonata improvvisa li rimette in contatto: suo padre sta male e come è capitato ad altri suoi colleghi, ha pochi mesi da vivere. Non c’è da perdere (altro) tempo, per riavere un dialogo e avvicinarsi come mai era accaduto…

“Sono cresciuto a pochi km da Casale Monferrato, ma quando la fabbrica fu chiusa nell’86 ero ancora  piccolo – dice Ghiaccio, alla sua opera prima, realizzata dopo il diploma in drammaturgia presso la Scuola Paolo Grassi di Milano – Ho saputo poco di questa vicenda fino ai miei 30 anni, nessuno ne parlava più. Poi un giorno ho scoperto che c’era un piccolo gruppo di gente che lottava da tanti anni per avere giustizia e la grande attenzione mediatica del processo ha portato tutto a galla tutto. Mi sono deciso ad indagare su cosa era successo vicino a casa mia e con Marco abbiamo fatto una ricerca a tappeto nella città, incontrando circa un centinaio di persone”.

Quei colloqui sono stati molto importanti, aggiunge: “La prima sensazione che si ha quando si parla coi protagonisti è che il dolore provato è forte, ma tutti hanno la schiena dritta e non hanno mai abbassato la testa. Non si sono rinchiusi a piangere o a covare rabbia, ma anzi si sono uniti e hanno seguito la strada del processo”.

A proposito del film, invece, spiega: “La vicenda è vastissima, noi dovevamo avere il nostro punto di vista. Lo abbiamo trovato soffermandoci sul rapporto tra padre e figlio, creando personaggi di finzione calati dentro la realtà. Tutto quello che accade sullo schermo sono fatti veri, riportati dai cittadini che hanno avuto il loro riscatto attraverso di noi. Ci dicevano ‘Questa cosa la dovete dire’, volevano la verità. Noi siamo andati oltre ai fatti letti sui giornali, facendo vedere cosa c’era nell’animo di queste persone”.

D’Amore, che conosce Ghiaccio da 15 anni (“Lavoriamo in simbiosi, ci capiamo al volo”, afferma), sottolinea quanto “questa vicenda pubblica abbia influito nel privato, sgretolando amori e alimentando malumori tra genitori e figli. Purtroppo non è stata fatta giustizia ma questa storia ha aperto uno squarcio ed è un portabandiera, se pensiamo all’Ilva di Taranto o a Porto Marghera, ad esempio”.

 

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