martedì, 26 settembre 2017

Suburbicon, i mostri siamo noi

Suburbicon, i mostri siamo noi

Venezia, 2 settembre (Fr. Palm.) – I mostri sono tra noi e siamo noi, anche se ce la prendiamo con l’Altro che percepiamo come diverso e rifiutiamo, in modo violento: spara dritto George Clooney con Suburbicon, suo sesto film da regista con cui torna in concorso alla Mostra di Venezia, ricevendo consensi e quell’affetto con cui da sempre il Lido lo accoglie.

Film politici, qui, li aveva già portati, da Good night and good luck a Le idi di marzo. Con quest’ultima opera, in cui ha diretto, tra gli altri, Matt Damon, Julianne Moore e il piccolo talento Noha Jupe, fa ancora un altro passo e un altro “affondo”, con la complicità dei fratelli Coen in qualità di sceneggiatori e di “padrini” della storia, che hanno scritto negli anni ’80 per una loro pellicola mai realizzata. Clooney l’ha strappata dall’oblio del cassetto dei copioni dimenticati e la realtà ha voluto che il plot, a distanza di tempo, fosse oggi più attuale che mai, perfettamente inquadrato nel periodo storico che l’America sta attraversando, in piena era Trump, nonostante la vicenda sia ambientata nel passato.

Nel 1959, la vita scorre tranquilla nell’ordinato e “pulito” quartiere di Suburbicon (ispirato al centro di Levittown in Pennsylvania), dove vive una comunità di bianchi in mezzo a villette color pastello dal prato curatissimo, Cadillac, torte di mele e un rassicurante benessere, almeno di facciata. Anche la famiglia Lodge, formata da padre, madre, la sorella di lei e il figlio adolescente, sembra trascorrere serenamente i giorni, fin quando due eventi porteranno scompiglio: l’arrivo di una famiglia di colore contro cui si scaglia tutta la comunità e una rapina da parte di due balordi che finisce in tragedia, con l’uccisione della madre del bambino. La polizia indaga alla caccia dei colpevoli e i Lodge cercano di tornare alla normalità, ma non sarà semplice. Soprattutto perché nulla è come sembra…

“Le problematiche che tocca il film non sono mai fuori moda e ci sono sempre state – afferma Clooney – Durante le riprese, sentivamo discorsi su muri da innalzare contro le minoranze, ci ricadiamo ogni volta, quando si parla di come rendere grande l’America. Quando come modello c’è l’uomo bianco e forte, non vediamo le questioni reali da affrontare”.

Il regista precisa però che il film non è sul presidente degli Stati Uniti in carica: “Non è su Trump ma sul fatto che non abbiamo mai affrontato le nostre questioni razziali. E’ nella nostra storia e ancora lo sarà”. Anche e soprattutto ora, con un paese pieno di rabbia: “L’America è arrabbiata a livelli massimi per come il mondo sta andando e il film lo riflette – dichiara il regista – C’è sopra una nube nera, ma io sono ottimista, patriottico e credo nella gioventù, nel futuro e anche nella magistratura. La mostruosità arriva se si fanno errori stupidi e per le scelte che facciamo”.

Il film mostra bene quanto sia labile il confine tra normalità e lucida follia, nel singolo individuo come nella società: “Il protagonista incarna bene ciò e nel rappresentarlo, volevamo essere divertenti ma anche cattivi. Io che sono cresciuto negli anni ‘60 e ‘70, ho sempre visto la disgregazione e la gente che guarda nella direzione sbagliata, incolpando di tutto gli afroamericani. Diamo da sempre la colpa alle minoranze che non hanno nulla a che fare coi nostri problemi”.

La speranza, a volerla trovare, viene dai bambini e dalle nuove generazioni: “Lo ripeto, sono ottimista – sottolinea Clooney – Nel film il bambino bianco e quello di colore hanno passato la notte peggiore della loro vita, ma sono certo che saranno capaci di migliorare il mondo e di andare avanti”.

E se anche per Matt Damon “da sempre il privilegio dei bianchi è che possono girare in bicicletta insanguinati, come avviene in una scena del film, perchè tanto la colpa cadrà sui neri”, l’attore si ritrova a interpretare l’inedito ruolo di un cattivo: “E’ stato divertente, ho compiuto un salto in avanti insieme a George, uno dei migliori registi con cui ho lavorato – dice – Per Downsizing, Alexander Payne mi disse che ho un aspetto da americano medio e quindi sono stato contento di fare questa variazione sul tema”.

Julienne Moore si è addirittura “sdoppiata” per Clooney: “Sono felice mi abbia chiesto di fare questo doppio personaggio. Mi interessava come la vita di una sorella emarginata potesse ripercuotersi su quella dell’altra, che ha tutto quello che lei sogna e vorrebbe. George ha fatto un lavoro splendido, sa davvero attrarre e tirar fuori da tutti il talento”.

 

 

 

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