domenica, 27 settembre 2020

Il rap italiano in Street Opera

Il rap italiano in Street Opera

Roma, 15 ottobre (Francesca Pierleoni) – ”Il profumo di strada che abbiamo addosso non ce lo toglieremo mai. Credo sia importante mantenere le proprie origini”. Lo spiega Clementino (nome d’arte di Clemente Maccaro), uno dei rapper protagonisti, con Danno dei Colle der Fomento, Tormento, Guè Pequeno, e le incursioni di Elio Germano, Mc dei Bestierare, in Street Opera, il documentario di Haider Rashid  che debutterà domani (con anche una performance live) al Cinema Avorio per Alice nella città, nel giorno d’apertura della Festa del cinema di Roma.

 

Un percorso in 20 anni di hip hop made in Italy, tra critica sociale, rivolta, diario del presente, ma anche intrattenimento senza voglia di mandare messaggi. La strada di Clementino,  arrivato trentenne al successo dopo oltre 15 anni di gavetta, con qualche ansia dei genitori, attori amatoriali che gli hanno trasmesso la passione per il palcoscenico, si ricollega a quella di artisti come Danno (all’anagrafe Simone Eleuteri), Mc dei Colle der Fomento, con cui continua a riempire locali e centri sociali. Una carriera nata a inizio anni ’90, ”nell’angolo più hip hop che c’era a Roma”, l’allora abbandonata stazione Nomentana, e proseguita senza scendere a compromessi ”come andare a partecipare ai giochetti su Mtv – dice -. Mi hanno influenzato più de André e Rino Gaetano che qualunque politico”. Negli stessi anni di Danno iniziava anche Tormento (nome di battaglia di Massimiliano Cellamaro), che 20 anni fa era al top delle classifiche con i Sottotono, preferendo poi tornare all’underground. Si gode invece appieno i riflettori Guè Pequeno (alias Cosimo Fini), che all’enorme successo con i Club Dogo ha aggiunto quello da solista e della sua linea d’abbigliamento. Criticato per i suoi testi, dominati da racconti di droga, donne e soldi, considera la rivolta in musica un ricordo adolescenziale: ”Poi ho capito che quelli che odiavo erano i più dritti”. Per lui però è importante far lavorare nel suo gruppo ”10-12 persone con famiglie e precedenti, che difficilmente trovano possibilità”. Raccontando il rap italiano, il regista spiega di aver scoperto soprattutto come ”questa musica non sia mai stata ‘contro’ come sembra dall’esterno, ma profondamente ‘pro’: pro libertà di espressione, pro libertà di vivere la propria vita come si preferisce ma soprattutto pro libertà di creare arte dal nulla, con nulla e poterla chiamare tale”.

Un MC ”è maestro di cerimonie di un intrattenimento che coinvolge il pubblico – dice Elio Germano -. Il rap è uno sfogo”.

 

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