domenica, 11 dicembre 2016

Stone e il caso Snowden

Stone e il caso Snowden

Roma, 14 ottobre (Fr. Palm.) – “Dobbiamo fare attenzione, tutti siamo schedati e potenzialmente dei sospettati, magari per cose che non sono reati oggi, ma lo potrebbero essere in futuro”: (ri)suona forte il monito di Oliver Stone lanciato alla Festa di Roma, dove ha presentato l’atteso Snowden, che prende il nome dal tecnico informatico, ex dipendente della CIA, che ha rivelato informazioni segrete governative su programmi di intelligence, in particolare sulla rete di intercettazioni telefoniche con cui la NSA (National Security Agency) è entrata nel privato e nella quotidianità dei cittadini americani. Il controllo che doveva essere applicato per la lotta al terrorismo è stato in pratica “allargato” a tutti, monitorando telefonate, messaggi e social, come ha denunciato l’uomo che sullo schermo ha il volto di Joseph Gordon-Levitt. Nel cast del film, in sala dal 1 dicembre con Bim, ci sono anche Nicolas Cage, Melissa Leo, Rhys Ifan e Shailene Woodley.

Stone, che è partito dai libri “The Snowden Files” di Luke Harding e “Time of the Octopus” di Anatoly Kucherena, ha messo un altro tassello al suo cinema che fotografa da sempre la società americana e i suoi momenti di svolta. Questa vicenda ha avuto una forte risonanza, anche mediatica, anche se forse non è stata compresa completamente la sua importanza: “Le informazioni date sono state accompagnate da prove, ma non credo che le persone si siano rese bene conto della loro portata, tutte preoccupate dei propri Iphone e dei loro segreti – dice il regista – Anche la stampa non ha saputo coglierle, eppure è stato un evento profondo che non ha riguardato solo il mio paese, ma tutto il mondo”.

Lo stesso Stone all’inizio aveva, in un certo senso, “sottovalutato” la questione: “C’è voluto del tempo per capire di cosa si trattasse – racconta – La storia ha dimensioni più imponenti di come pensassi e ho dovuto incontrare Snowden 9 volte per inquadrarla meglio. Molti neanche sanno la sua identità o lo confondono con Assange, mentre altri lo considerano un traditore. Io ho voluto rendere più chiaro il messaggio”.

Un tema così “caldo” non poteva che essere un ostacolo per la realizzazione del film: “Abbiamo avuto dei problemi, infatti – racconta il regista – In patria nessuna società si è sentita di finanziarlo, i fondi sono arrivati dalla Francia e dalla Germania e anche le riprese sono state spostate lì, per avere meno difficoltà rispetto agli Stati Uniti”.

L’accoglienza, in America, è stata contrastante: “Il film è stato accolto favorevolmente da alcuni e malissimo da altri – dice Stone – Non è un’opera di spionaggio, ma è realistica, mostra solo quello che è accaduto davvero. E’ stato difficile trasportare in modo cinematografico le informazioni di Snowden, rispettando la verità”. E proprio lui ha visto la pellicola? “Sì, gli è piaciuta – risponde il regista – Ha detto che è stata il più autentica possibile. Io lo definisco un film kafkiano, perchè il protagonista era parte di un sistema così potente che porta a fare azioni tremende senza consapevolezza”.

Stone parla poi apertamente degli sbagli del governo americano: “Sapeva dell’11 settembre, le notizie erano arrivate a Washington ma si sono perse le tracce, la Casa Bianca non ha ascoltato e l’Intelligence aveva informazioni per collegare i puntini e sorvegliare i terroristi, ma non è successo”. E ancora, punta il dito contro “la cyberguerra, iniziata in Iran, che innesca dei virus nei sistemi di informazioni e dei trasporti. E’ come mettere delle mine, è molto pericoloso”.

A chi, invece, fa notare che nel film Obama non esce “pulito” dalla vicenda, Stone replica: “Non c’è nessun attacco, ma è lui che si è messo in quella situazione. Diceva di portare avanti una riforma, ma sappiamo quello che è successo, è stata un’occasione per cambiare sfumata”. E a proposito delle elezioni imminenti, commenta: “In Europa siete sconcertati per Trump, io non credo ce la possa fare, ma la Clinton è espressione tipica della mentalità americana del ‘o sei con noi o contro di noi’, è più militarista e ostile rispetto a Obama. Non mi sembra rappresenti uno spirito di riforma”.

 

 

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