giovedì, 24 settembre 2020

Le confidenze dell’attore

Le confidenze dell’attore

Roma, 29 ottobre (Fr. Pierl.) – Il libro “Toni Servillo. Oltre l’attore”, a cura di Roberto De Gaetano e Bruno Roberti, edito da Donzelli, è stato il motore di un incontro con il pubblico con il protagonista de La Grande bellezza,  organizzato al Maxxi e promosso da Donzelli, con il museo, Fondazione Cinema per Roma-CityFest e Teatri Uniti.

Servillo ha intrapreso la sua carriera con una ”formazione sregolata”, da ”efferato dilettante”: ”Non ho niente contro scuole o accademie – precisa – ma a volte stare a regole imposte può diventare una scusa per non esprimersi, visto che c’è qualcun altro che parla per te”. Lui si è formato ”vedendo Julian Beck e Eduardo, il teatro napoletano classico e le incursioni di Carmelo Bene”. Un bagaglio che si riflette sull’approccio di Teatri Uniti ai testi della tradizione: ”abbiamo potuto mettere in scena, ad esempio, Le voci di dentro guardando in maniera non ideologica a Beckett e Sabato domenica e lunedì pensando a Pinter”. Il lavoro sui testi continua ad arricchirsi durante le rappresentazioni e le tournee, lunghe almeno tre anni, in Italia e all’estero: ”come un animale mi metto in agguato per catturare tutto quello che arriva sul palco e fuori, dalla compagnia e dal pubblico”. Niente danneggia più il teatro ”di compagnie depresse che recitano in modo ripetitivo. I ragazzi vedendole non possono che pensare ‘alla vostra depressione preferisco la mia”’.

Il mestiere d’attore ”è fatica, rigore, ma anche gioia e meraviglioso caos come diceva Louis Jouvet. Ogni volta ho paura prima di andare in scena ma non vedo l’ora di quel nuovo incontro con gli spettatori” ha spiegato Servillo in conversazione per circa un’ora e mezza, con Mario Sesti, davanti a una platea piena e attenta.

Nei saggi e i ritratti nel libro, scritti fra gli altri da Luca Doninelli, Nadia Fusini, Franco Marcoaldi, Paola Quarenghi e Ferdinando Taviani, fioccano i complimenti e gli elogi per l’attore. Iperboli che imbarazzano Servillo:  ”Io non me lo comprerei un libro che parla solo di me – ha detto sorridendo – ma qui si racconta anche l’esperienza della compagnia a cui abbiamo dato vita, Teatri Uniti. Si può studiare un certo modo di fare teatro fin dagli anni ’70-’80, una ricerca attraverso più linguaggi, dalla performing art a Eduardo De Filippo, poi il cinema con Morte di un matematico napoletano e gli incontri con Sorrentino, Garrone, Molaioli, che hanno portato a Cannes e a film che pubblico amasse”. Una personalità artistica multiforme, che ritroveremo sul grande schermo in Le confessioni di Roberto Andò e a teatro nei recital ‘Toni Servillo legge Napoli’ e con il fratello Peppe in ‘La parola canta’.
Servillo non crede agli sfoggi estremi di talento (”per me un attore è una persona che pensa, non un funambolo”) a chi sbandiera la propria vocazione, alle stelle’ nate da un giorno all’altro: ci sono però interpreti, sottolinea ”capaci di portare un tale surplus di vita, che non puoi credere possano morire. Penso a Eduardo, o a Mariangela Melato, con cui ho avuto la fortuna di lavorare… ancora sento la sua risata”.

E il cinema? ”E’ un altra cosa… a teatro non ti vedi, al cinema ti trovi brutto, noti gli anni che passano. Un film è principalmente una faccenda del regista, che abusa meravigliosamente di te, l’attore è un elemento del suo intarsio”. Per il protagonista di La grande bellezza, che ha concluso l’incontro leggendo una poesia nella quale ritrova il senso del suo mestiere, Il tuffatore di Montale, è un buon segno quando ”rivedendomi, cosa che non capita spesso, il personaggio che interpreto non mi ricorda me stesso. Vuol dire che ero dentro il racconto”.

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