martedì, 26 settembre 2017

Le nostre anime (ancora) unite

Le nostre anime (ancora) unite

Venezia, 1 settembre (Fr. Palm.) – C’è un filo, rosso e forte, che unisce A piedi nudi nel parco e Our souls at night (Le nostre anime di notte), tenuto in mano solidamente da Robert Redford e Jane Fonda, che non lo hanno mai lasciato in mezzo secolo. Lo strinsero allora, nel 1967, senza sapere che avrebbe resistito così a lungo, fino ad oggi, nel 2017, anno che segna il loro ritorno al cinema, come coppia, grazie al film targato Netflix, presentato alla Mostra fuori concorso, tra gli applausi. Al Lido hanno anche ricevuto il Leone alla carriera.

A 50 anni dal loro primo incontro, ritroviamo i due attori – diretti da Ritesh Batra, che ha portato sullo schermo il romanzo omonimo di Kent Haruf – più uniti e affiatati che mai, dentro e fuori dal set, che parlano del loro rapporto professionale e personale con la stessa luce negli occhi di un tempo, un tempo che li ha visti diventare due tra gli interpreti americani più amati di sempre, senza dimenticare tutto l’impegno e la passione di Redford anche come produttore e fondatore del Sundance Film Festival, fucina del cinema indipendente di qualità.

A 81 anni (lui) e 79 (lei), non solo non nascondono i segni dell’età, ma anzi mostrano come sentimenti, sesso e vita(lità) nascano da fuochi interiori, mai del tutto sopiti. E lo sanno bene i protagonisti del film, due vedovi che uniscono le loro solitudini facendosi una compagnia speciale, teneramente intima e poetica. E’ la donna, Addie, a prendere l’iniziativa e a proporre al suo vicino di casa Louis, che vede da decenni ma con cui non ha avuto che sporadici contatti, di condividere parole e il letto, “perché le notti sono terribili”. Confidenze, un bicchiere di vino rosso, una mano stretta nel buio. Solo questo, ma anche molto di più.

Redford spiega perché ha deciso di finanziare la pellicola con la sua società Wildwood Enterprises: “Tre sono i motivi – dice – Ho notato che l’industria cinematografica va più verso i giovani e ci sono meno film per un pubblico adulto. Inoltre, credo che le storie d’amore abbiano sempre spazio e una vita e poi desideravo molto recitare ancora con Jane. Tra noi è sempre stato tutto naturale e perfetto, non c’è nulla che debba essere spiegato. C’è amore, connessione e contatto e volevo avessimo un’altra chance, anche da anziani”.

“Per 47 anni non abbiamo più lavorato insieme, volevo fare un altro film con lui e vedere come era diventato – replica Jane Fonda – Lo ammiro come attore, come produttore e per tutto ciò che fa per il Sundance, perché ha cambiato il cinema americano. Questo progetto ha coronato il nostro lavoro, iniziato e finito insieme”. E poi aggiunge, quasi come una confessione pubblica: “Mi sono sempre innamorata di lui in tutti i film, ma anche nella realtà ho avuto fantasie. Baciava bene a 20 anni e bacia ancora benissimo”. E ancora, guardandolo: “Forse non te lo avevo mai detto, eh?”. “No, non me lo avevi detto!”, interviene lui, senza dire altro ma sorridendo.

L’attrice sottolinea il messaggio importante del film: “Parla di speranza, non è mai troppo tardi per prendere rischi e diventare quello che mai siamo stati. E con l’età l’amore migliora, perché non c’è nulla da perdere e si conosce meglio anche il proprio corpo”. Per Redford, però, c’è anche qualche “contro”: “Da giovani non si pensa a quando si invecchierà, né che si dovrà rinunciare ad alcune cose. Io ad esempio ero atletico ma ora devo stare attento e questa per me è una limitazione, una restrizione. E’ difficile da accettare”.

Forse è anche per questo che l’attore da anni sostiene i giovani autori, permettendo ai più talentuosi di raggiungere il loro sogno: “Alla base del Sundance c’è il concetto che se si è ottenuto successo, come è accaduto a me, si può dare ad altri la stessa possibilità – afferma – L’indipendenza è un valore che abbiamo perso e io voglio far parlare le voci indipendenti. E’ un’occasione per loro ma anche per il pubblico, che così può vedere i loro lavori”.

Non a caso, anche il regista di Our souls at night è uscito dalla factory del festival di Park City: “Sono un prodotto del laboratorio del Sundance – informa – E’ stato un onore e un piacere lavorare con Robert e Jane, è stata un’esperienza meravigliosa, ci siamo tanto divertiti. E all’inizio non mi capacitavo di essere nella stessa stanza con due attori come loro”.

Che la mano, con quel filo, continuano a tener(se)la. Stretta. Anche nelle foto.

 

 

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