domenica, 20 settembre 2020

Riso e il diritto alla famiglia

Riso e il diritto alla famiglia

Venezia, 4 settembre (Fr. Palm.) – La (dura) realtà dell’inferno delle adozioni arriva alla Mostra con Sebastiano Riso e il suo Una famiglia, secondo titolo italiano in gara che tratta un tema coraggioso e scomodo come quello dell’utero in affitto e del diritto – di tutti – di essere genitori.

Nel cast, Micaela Ramazzotti (già diretta da Riso nel suo esodio Più buio di mezzanotte) e Patrick Bruel, affiancati, tra gli altri, da Fortunato Cerlino, Matilda De Angelis ed Ennio Fantastichini. Il film arriverà in sala con Bim, dal 28 settembre.

Vincent e Maria, lui 50 anni, lei 35, agli occhi esterni, per come si comportano, formano una coppia riservata e appartata, unita e innamorata. La loro vita più segreta è ben nascosta e il lato più patologico della relazione non trapela, consumandosi in privato. Ad unirli, oltre ad un rapporto di reciproca dipendenza, un progetto di vita “criminale”: aiutano altre coppie che non possono avere figli e Maria si sottopone a numerose gravidanze, facendosi coinvolgere perché incapace di dire di no al suo compagno, amandolo incondizionatamente e morbosamente. Almeno fino a quando sentirà dentro che è arrivato il momento di farlo per l’ultima volta. Di dare una svolta. Di opporsi. E di pensare, sì, ad una famiglia…ma vera. E sua.

Come spiega Riso, “Il film nasce da una serie di bisogni e di necessità. Le intercettazioni telefoniche avute dal procuratore Capasso sono state una fonte indispensabile per capire il mercato nero dei bambini, ma hanno rappresentato solo una traccia. Volevamo dedicarci soprattutto ai protagonisti, per raccontare una coppia legata a dipendenze e un prezzo alto da pagare, in nome della libertà”.

L’argomento dell’utero in affitto, aggiunge il regista, non è quello principale, ma fa da cornice: “Il film non parla di madri surrogate nè di adozioni illegali – precisa – Il tema centrale è il rapporto morboso e di dominazione della coppia, che si fonde con la difficoltà, oggi nel nostro paese, di adottare un bambino se non sei idoneo, se sei single o omossessuale e se non hai adeguati parametri. Ci sono anche vari costi, a seconda dell’età e dell’etnia del neonato e io sono partito da questa domanda: cosa farei se mi trovassi in quella situazione?”.

Micaela Ramazzotti ha dato intensità ad un’altra madre, forse il ruolo in cui più si è calata, nel suo percorso: “Tutte queste madri le ho scelte e volute – afferma – Le rincorro e più sono disperate e disgraziate, piu voglio essere la loro portavoce. Ho voglia di difenderle. Non amo le eroine, tifo per queste donne”.

Di Maria, sottolinea: “E’ una madre bambina che riesce a malapena ad essere madre di se stessa, si stringe nel suo giubbetto di lana cotta come per proteggersi. Sembra non avere un passato, possiede solo un uomo che è insieme un padre, un amante e un carceriere”. E’ vittima e complice, in parallelo. Ma saprà anche (ri)prendere in mano la sua vita: “Decide di far parte di un progetto criminale, anche se ha in mente un altro progetto di ribellione ed emancipazione per liberarsi dalla prigionia – dichiara poi la Ramazzotti – Si libera quando avrà una presa di coscienza e una rinascita”.

Molto forte la connessione che si è stabilita tra l’attrice e Riso: “L’ho conosciuto per il suo primo film e non ci siamo mai persi di vista. Ha un entusiasmo verso di me che mi commuove e con lui la mia autostima era alle stelle. Mi sentivo una bomba sul set, come se fossi la Streep!” – dice, sorridendo – La sua forza mi fa diventare forte, la sua determinazione mi rende determinata, il suo essere spericolato mi fa sentire spericolata. È il regista più libero con cui ho lavorato, sono sempre stata la bambina dei registi ma qui ero la donna del giovane cineasta. Mi sono sentita accolta, guardata e amata. Sebastiano ha colto il mio lato primitivo e il sentirsi selvaggi è la cosa migliore per chi fa il nostro mestiere”.

 

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