sabato, 15 dicembre 2018

Ride di Mastandrea, tra dolore pubblico e privato

Ride di Mastandrea, tra dolore pubblico e privato

Roma, 28 novembre – “E’ un film su quanto è difficile recuperare le cose che ci appartengono in maniera intima. E’ un film che confonde il dolore pubblico e il dolore privato, parla di come quando un dolore è pubblico quanto impedisce a quello privato di essere elaborato”. Lo dice Valerio mastandrea a proposito del suo esordio come regista, che ha conquistato la critica, Ride, presentato in gara al Torino Film Festival e in sala dal 29 novembre. Grande protagonista Chiara Martegiani nei panni di Carolina, diventata da poco vedova di Mauro Secondari, un giovane operaio caduto nella fabbrica in cui, da quelle parti, hanno transitato almeno tre generazioni. E da quando è successo Carolina, la sua compagna, è rimasta sola, con un figlio di dieci anni, e con una fatica immensa a sprofondare nella disperazione per la perdita dell’amore della sua vita. Perché non riesce a piangere? Perché non impazzisce dal dolore? Sono passati sette giorni ormai e per lei sembra non essere cambiato nulla. Nonostante gli sforzi, non riesce ad afferrare quello strazio giusto, sacrosanto e necessario a farla sentire una persona normale. Manca solo un giorno al funerale e tutti si aspettano una giovane vedova devastata. Carolina non può e non deve deludere nessuno, soprattutto se stessa. Nel cast anche Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Arturo Marchetti e Milena Vukotic.

“L’appropriazione indebita del dolore di chi subisce una perdita così dolorosa è spesso la costante del nostro tempo, specie se trainata dal carattere “sociale” del tragico evento che la genera – spiega Mastandrea nelle note di regia – Come se l’unica cosa che potessero fare “gli altri” è offrire consolazione, indennizzi e funerali pubblici. Di queste tre cose, salvo il concreto aiuto economico, forse solo la consolazione può realmente aiutare chi sta male a riprendersi la propria sofferenza. Il resto non è altro che la dimostrazione dell’istituzionale, eterna impotenza rispetto a consolidate dinamiche politiche e culturali che permettono di morire al lavoro come si muore in una guerra”. Questa era “una storia che avevo in mente da parecchio. Il tema che mi interessava di più era come rimanere, restare dopo una grande perdita. E’ il vero lavoro da fare, la vera sofferenza, quella che è difficile tirare fuori quando sei schiacciato dall’attenzione della società, perché quella perdita è avvenuta in un contesto sociale”.

Leggi anche