domenica, 20 agosto 2017

Quel Leone di Belmondo

Quel Leone di Belmondo

Lido di Venezia, 8 settembre (Fr. Palm.) – Molto affettuoso è stato l’abbraccio che la Mostra di Venezia ha dato a Jean-Paul Belmondo, volto tra i più amati e affascinanti del cinema francese e internazionale, che al Lido ha ricevuto tra applausi e standing ovation, accompagnato da Sophie Marceau, il Leone d’Oro alla carriera (attribuito quest’anno anche a Jerzy Skolimowski).

Dal suo sorriso – che l’ha reso icona della Nouvelle Vague e indimenticabile protagonista di film come Fino all’ultimo respiro (1960), Il bandito delle 11 (1965, presentato in concorso proprio qui) di Jean-Luc Godard e La mia droga si chiama Julie (1969) di François Truffaut – si capisce la soddisfazione di essere nuovamente al festival, in un luogo che conosce bene e che l’ha sempre accolto con calore. Oggi come allora. Ed è lui stesso a confermarlo, anche a parole: “Sono molto, molto felice e onorato di essere a Venezia, ci sono stato più volte – dichiara – Quando ero giovane venivo qui per lavorare e ricordo che la prima volta pensavo di trovare qualcosa come Cinecittà. E quando sono tornato a Parigi, ricevetti una telefonata di De Sica che mi propose un film, con Sofia Loren. Ed era La ciociara”.

Belmondo ha il merito di essersi destreggiato con successo tra due filoni, quello autoriale e quello più “leggero” d’intrattenimento, passando da Claude Chabrol, Godard e Truffaut a un cinema di genere più popolare come quello poliziesco francese. Basta citare Asfalto che scotta (1960) di Claude Sautet, Lo spione (1962) di Jean-Pierre Melville e Il clan dei marsigliesi (1972) di José Giovanni, che lo portarono poi verso L’uomo di Rio (1964) di Philippe de Broca, Il poliziotto della brigata criminale (1975) di Henri Verneuil, Joss il professionista (1981) di Georges Lautner e Una vita non basta (1988) di Claude Lelouch. “Mi sono sempre divertito – afferma ai giornalisti – I due filoni sono complementari, d’altronde anche nella vita un giorno si ride e uno si piange”.

Pensare che nei suoi sogni di ragazzo non c’era il cinema: “Non sono stato subito sicuro di fare l’attore – racconta – Ho fatto per 9 anni teatro, poi è arrivato Godard e con Fino all’ultimo respiro è iniziata la mia carriera”. Una carriera intensa che oggi alla Mostra viene celebrata (nel 2011 fu il festival di Cannes a consegnargli la Palma d’Oro per questo), ma alla domanda sul suo rapporto con il passato dice chiaramente: “Non ci penso mai. Guardo avanti, avanti e avanti. E senza rimpianti. Non c’è qualcosa che avrei voluto fare, ho fatto tutto quello che volevo”.

E con Alain Delon, a cui spesso veniva contrapposto, negli anni ’60 e ’70 al centro di una “gara di fascino”, è ancora in contatto? “Certo che sì – risponde – Siamo compagni, ci  vediamo sempre”. E a chi chiede se esiste attualmente un suo erede, sul grande schermo, replica: “Ce ne sono ovunque. Io ho lasciato la scena, adesso tocca ad altri attori lavorare”. E lo dice con una sorta di tono “saggio” nella voce (“Con l’età si migliora”, aggiunge) con cui saluta anche i giornalisti, (ri)lasciando una battuta sulla felicità: “Oggi è complicata, c’è troppa violenza. Raggiungerla è difficile, ma bisogna essere felici per dimenticare le cose brutte. E bisogna sorridere”.

 

 

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