giovedì, 18 luglio 2019

Panariello in noir per Calopresti

Panariello in noir per Calopresti

Roma, 12 novembre (Fr. Palm.) – Giorgio Panariello lascia le vesti comiche per indossare quelle drammatiche in Uno per tutti di Mimmo Calopresti, in cui interpreta un poliziotto precario nel lavoro e negli affetti, il cui destino si intreccia, tra passato e presente, con quello di altre anime sole e alla deriva.

In sala dal 26 novembre con Microcinema, il film, prodotto da Minerva Pictures con Rai Cinema, è un noir esistenziale che esplora i lati più (o)scuri della vita e mette a confronto il mondo degli adulti e quello degli adolescenti, destinati a non incontrarsi, se non fugacemente. Nel cast, oltre a Panariello, ci sono Isabella Ferrari, Thomas Trabacchi, Lorenzo Baroni e Fabrizio Ferracane.

Liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Gaetano Savatteri, la vicenda è ambientata a Trieste, dove un crimine – un ragazzo che quasi uccide un altro adolescente – riapre una vecchia ferita mai rimarginata, facendo incontrare nuovamente, dopo trent’anni, tre amici che hanno da saldare un conto con il proprio passato. Sulle spalle portano il peso di un ricordo tragico legato alla loro infanzia e se il presente ha riunito le loro esistenze forse un motivo – e un’occasione di speranza e perdono – ci sarà…

“Ritorno alla finzione dopo aver realizzato documentari per interpretare la realtà – dice Calopresti, che ha firmato la sceneggiatura con Monica Zapelli e che non faceva un film di finzione da 8 anni, da L’abbuffata – Oggi tutti vogliono occuparsi del futuro, ma per me bisogna ancorarsi alla forza del passato e alla memoria. In questa storia gli adulti sono prigionieri di una promessa vaga di speranza e della retorica del sogno, perchè non vogliono fare i conti con il passato che è ricco e potente. Il senso di responsabilità è il tema centrale del film, che mostra come il futuro è nelle mani del ragazzo. Dovremmo occuparci dei nostri ragazzi, ma non lo facciamo”.

Panariello racconta così come si è avvicinato al ruolo: “Quando Calopresti mi ha chiamato ho pensato che avrei fatto delle sparatorie come in Gomorra o sarei stato un poliziotto sullo stile di True Detective, ma il mio personaggio è reale, ha un salario molto basso, un figlio da mantenere e mezzi limitati per lavorare”. Non è stato facile interpretarlo, aggiunge: “Il problema era essere credibile, ma d’altronde la comicità è spesso figlia del dramma, basta pensare a Totò quando racconta la fame o al Benigni de La vita è bella“. Calopresti come lo ha diretto? “Mi ha suggerito di ‘guardare senza guardare’ e di ‘camminare senza camminare’, togliendo ogni esagerazione. Doveva bastare uno sguardo”.

Uno dei temi del libro e del film è il rapporto tra genitori e figli, come fa notare Savatteri, mentre Trabacchi sottolinea l’interrogativo finale che solleva la pellicola: fino a che punto ci si può spingere per aiutare i figli?

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