mercoledì, 30 settembre 2020

Notturno, Rosi racconta zone di guerra tra vita e inferno

Notturno, Rosi racconta zone di guerra tra vita e inferno

Roma, 8 settembre (Fr. Pierl) – Tre anni passati a girare sui confini fra Iraq, Kurdistan,Siria e Libano, insieme a solo un assistente, diverso per ogni Paese. Lo stile immersivo nella realtà di Gianfranco Rosi stavolta dà corpo a Notturno, presentato in concorso alla Mostra internazionale del Cinema di Venezia, poi dal 9 settembre in sala con 01 e in altri Festival internazionali come Toronto. E’ un viaggio che attraverso incontri e quotidianità, parla delle conseguenze sulle persone di guerre civili, dittature, invasioni, ingerenze straniere, fino all’ISIS.
“Quello che per me era importante era trovare storie che avessero la quotidianità all’interno dei confini che passano per vita e morte, vita e inferno, vita e sofferenza, vita e distruzione, dalle quali emergono una forza e verità incredibili – spiega Rosi in conferenza stampa -. L’idea di base è stata non dare un confine geografico al film, ma fare in modo che tutto diventasse un luogo mentale, universale e che queste storie si potessero unirsi in una dimensione quasi astratta e di trasformazione della realtà”.

La guerra è rievocata dai canti luttuosi delle madri, i racconti strazianti dei bambini yazidi sopravvissuti ai massacri dell’Isis, nella recita di un gruppo di pazienti di un ospedale psichiatrico. Passa per un cantore di strada, un cacciatore di frodo o le guerrigliere peshmerga, fino alle immagini dei terroristi dello Stato Islamico stipati all’inverosimile in un carcere.

Con la pandemia “stiamo tutti vivendo una sospensione di futuro, e nelle zone dove ho girato ci sono donne e bambini che aspettano da sempre che un futuro arrivi. Forse questa è la volta che ne prenderemo coscienza”. Tra le scene più potenti quella dei bambini yazidi che in una ‘stanza della memoria’ rievocano quello che hanno vissuto. “Sono vittime della storia, hanno perso tutto, lo leggi nella realtà dei loro volti. Ho sentito un dovere trovare un modo per rappresentare la sofferenza del popolo yazida”. Questo film “inizia dove finiscono i titoloni del giornale, volevo dare una dimensione più universale a queste storie”.

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