mercoledì, 23 agosto 2017

Natalie Portman è Jackie

Natalie Portman è Jackie

Lido di Venezia, 7 settembre (Fr. Palm.) – Una donna segnata dal dolore, che ha visto finire in un attimo la vita dell’uomo che ama e anche il sogno dorato raggiunto insieme, in bilico tra personaggio pubblico e privato, tra ciò che deve essere – e rappresentare – per una nazione e la sua sfera più intima: è la Jackie di Pablo Larraín, di cui Natalie Portman ha restituito un’immagine elegante e delicata, molto somigliante a Jaqueline Kennedy nell’aspetto e nelle movenze, che le ha fatto ricevere l’applauso convinto della Mostra.

Il film, passato in concorso, si concentra sui quattro giorni successivi all’omicidio di JFK, fino al suo funerale, tenendo la macchina da presa molto vicina alla protagonista, per cogliere i suoi stati d’animo e le sue reazioni, che oscillano tra sgomento, incredulità e smarrimento. Ma anche lucidità, specialmente quando si tratta di “mettere a fuoco” e di raccontare quello che è successo in un’intervista.

Ad aver messo il regista sulle tracce di Jackie è stato Darren Aronofsky, produttore della pellicola: “Me l’ha proposto a Berlino, quando era giurato – racconta Larraín – Io non sono americano e nel mio paese non siamo tanto legati a questa storia, ma ho accettato perché l’ho presa come una buona opportunità per raccontare una vicenda intrigante. Lessi un rapporto sulla morte di Kennedy, che riportava che la moglie era seduta vicino a lui e così mi sono chiesto cosa può accadere se ci immedesimiamo in lei. E’ la prima volta che faccio un film su un personaggio femminile e volevo dirigere Natalie”.

Sin da subito è stato chiaro che l’attrice fosse al centro di tutto: “Ricordo il primo giorno delle riprese, quando le chiesi di avvicinarsi sempre di più – dichiara il regista – Questo era il film, o meglio, il film era lei, vista da ogni angolazione. Volevo che fosse qualcosa di davvero intimo per sentire quello che ha provato, perché il cinema può trasmettere anche il respiro. L’intenzione era catturare un’umanità in pericolo e di questo si tratta, di una donna in pericolo”.

Una donna divisa in due, che appare in modo diverso in base a quando i riflettori intorno sono accesi o spenti: “Con Pablo abbiamo parlato tanto della differenza tra ambito pubblico e privato – sottolinea la Portman – Abbiamo visto e sentito spezzoni di filmati e audio, accorgendoci di come fosse più fredda e timida pubblicamente, mentre da moglie e da madre aveva un tono di voce differente. Questo fa parte del conflitto quando si sa di essere un simbolo per la gente, mantenendo un aspetto umano quando non si è in pubblico”.

Il regista precisa poi di aver spostato l’ottica dal fuori al dentro: “Su Jackie si hanno tante informazioni ufficiali, ma tante altre cose non si sanno, quando accadono dietro le quinte. Noi abbiamo voluto infilare la telecamera in quella zona, per creare una storia e crederci”. La First Lady, prosegue, “era una donna molto misteriosa, uno dei personaggi più sconosciuti tra quelli noti. E’ stata una grande sfida utilizzare lo strumento cinematografico per arrivare a lei, cogliendo le sue emozioni. Il film stimola il pubblico a prendere solo quello che dà e Natalie è stata brava a mantenere quel mistero. Alla fine del film non si capisce comunque chi era Jackie e trovo che questo sia bellissimo”.

Il film racconta gli eventi “attraverso fette di memoria, in momenti diversi – aggiunge Larraín – La narrazione è emozionale, per entrare nel mondo di lei e nella sua situazione, parlando di una crisi profonda e di come la si affronta. L’attenzione è tutta su ciò che lei sta vivendo e se è vero che ci siamo fatti ispirare da libri e materiale d’archivio, volendo che Natalie fosse molto simile a Jacqueline, non abbiamo voluto solo imitare, ma anche creare un’illusione che parlasse di bellezza, dolore e desiderio. Il film, quindi, è molto più che una biografia”.

L’attrice, tra le tante prove della sua carriera, definisce quest’esperienza “non la più difficile, ma la più pericolosa. Tutti sanno chi era Jackie, come era la sua voce e come camminava. Fare un confronto con l’originale mi spaventava, ma ho cercato di farmi accettare dagli spettatori, interpretando una giovane donna, madre e moglie tradita, che cerca di pensare a come andare avanti”.

Secondo il regista, non è una questione fisica: “Le somiglianze sono più sottili e vanno oltre il trucco e il parrucco – conclude – La somiglianza va creata ed è più sofisticata, riguarda il modo di guardare”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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