giovedì, 14 novembre 2019

Montaldo, per ‘Tiro al Piccione’, il piccione fui io

Montaldo,  per ‘Tiro al Piccione’, il piccione fui io

Venezia, 5 settembre (Fr. pierl) –  Giuliano Montaldo è arrivato al Lido per rivedere la sua opera prima, Tiro al piccione (1961), che viene riproposto a   Venezia Classici della versione restaurata da
CSC – Cineteca Nazionale presso i laboratori di Istituto Luce – Cinecittà del suo esordio alla regia, Tiro al Piccione. “Fu il primo film su Salò dalla fine della guerra – spiega il regista –  “Al pubblico piacque, ma la critica, sia da destra che da sinistra, mi fece a pezzi… alla fine il piccione fui io. Fu un grande dolore, pensai anche di cambiare mestiere. Non rivedo il film da allora” spiega il regista, classe 1930.

Eppure, Tiro al piccione  è un film che risulta ancora oggi particolarmente attuale, visti certi sguardi nostalgici, anche da parte di alcuni giovani, verso il fascismo: “Mi ricordo che con Lizzani, nel 1951, dopo una proiezione a Napoli di Achtung! Banditi! (su un episodio della guerra partigiana nel Nord Italia, ndr), si alzò un signore e ci chiese se fossero realmente accaduti fatti come quelli. Questo è un Paese che ha dimenticato in fretta tante cose della propria storia; è possibile che anche oggi qualcuno possa sbagliare strada… Speriamo che, come il ragazzo di Tiro al piccione, se ne accorga. E comunque, chi sbaglia non va emarginato, va riaccolto”.

Ambientata nel 1943, la storia ha per protagonista Marco (Jacques Charrier), che dopo la fuga del re decide di arruolarsi da volontario nella Repubblica di Salò, perché crede in quegli ideali; di fronte, però, alle violenze a cui assiste, le sue convinzioni iniziano presto a vacillare. “Come attore e aiuto regista – racconta Montaldo – avevo partecipato a film sulla Resistenza, così un produttore mi ha proposto di adattare per il cinema Tiro al piccione, romanzo biografico di Giose Rimanelli. Ho detto sì perché mi sembrava si potesse parlare di chi allora aveva sbagliato strada ed era stato da noi riaccolto nella società. I critici non la pensarono come me. Io ne uscii devastato, mi sembrava di aver sbagliato tutto, toccando un tasto molto delicato. Se ho continuato a fare cinema, lo devo a mia moglie, mia compagna di vita e collaboratrice, Vera Pescarolo, che mi fece restare a Roma, dandomi forza e coraggio. Ricominciai a lavorare, girando un film tv per gli americani, L’isola dell’angelo, poi altri film, come Una bella grinta, che ha vinto due premi al Festival di Berlino, andò bene. Ma tutte le volte che si è trattato di parlare di temi difficili, fino a Gli occhiali d’oro, è sempre stata dura con i produttori. Uno, quando gli proposi Sacco e Vanzetti, mi ha risposto, ‘Ma che è, ‘na ditta d’import/export?'”.

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