lunedì, 28 settembre 2020

Luchini da La corte a Moretti

Luchini da La corte a Moretti

Roma, 12 marzo (Fr. Palm.) – Fabrice Luchini si ricorderà della trasferta italiana, che lo ha portato nel nostro paese per accompagnare La corte di Christian Vincent, sicuramente per due motivi: per le risate e gli applausi che ha strappato ai giornalisti durante la conferenza stampa del film – in sala dal 17 marzo con Academy Two – in cui ha improvvisato quasi un “one man show” e la cena fatta la sera precedente con Nanni Moretti, in occasione dell’anteprima al Nuovo Sacher.

“Sono riuscito a far ridere Moretti almeno una volta, un bel risultato – esordisce – Nanni in Francia è una vera star, adorato dai giornali di sinistra. Un giorno venni a sapere che aveva speso parole gentili nei miei confronti e io ho fatto altrettanto, ricambiando la stima. La notizia è circolata, qualche produttore deve averla colta e l’ha trasformata in un evento, organizzando l’incontro pubblico di ieri a Roma. Mi sono chiesto se Moretti avesse davvero chiesto di incontrarmi, per tutta la sera ha agitato la gamba nervosamente senza fermarla mai”. Il regista italiano è stato così visto dagli occhi dell’attore francese: “Era vestito con un pantalone di velluto a coste e una camicia scolorita, come un professore di letteratura o di geografia degli anni ’80. Amo quegli anni, ma non sembrava un’icona del cinema, anche se tutti lo salutavano e nessuno mi considerava…”.

Nella pellicola – che alla scorsa Mostra di Venezia ha portato a casa la Coppa Volpi proprio all’attore, insieme all’Osella per la migliore sceneggiatura – Luchini indossa la toga rossa perchè è un Presidente di Corte d’assise temuto e severo, alle prese con casi delicati in cui non sempre è facile stabilire con certezza la verità. Separato e con una scarsa vita sociale, vive in un hotel e combatte con il dolore a una gamba, dopo un incidente avvenuto anni prima. A quei tempi conobbe una donna (che ha il volto di Sidse Babett Knudsen), di cui si innamorò. Oggi questa donna gli appare di nuovo davanti, inaspettatamente, come giurata popolare del processo che sta seguendo. E…

“Il regista è stato bravo a dipingere il mio personaggio come un uomo mediocre, dalla vita triste, che si porta dietro la valigia con i documenti e solo quando ha la toga riacquista la sua grandezza – spiega Luchini – Il film richiama alla mente le storie di Simenon, un autore amato dal produttore che ha voluto questo progetto e ha anche deciso di dare al protagonista il cognome Racine, in omaggio al poeta e drammaturgo”.

A chi domanda cosa pensa della giustizia, l’attore risponde: “Non ho un’opinione precisa. La Francia non sta andando bene, ma garantisce il diritto alla difesa. Per prepararmi al ruolo, ho assistito a un processo in cui un cittadino rumeno era accusato di omicidio ed è stato ben difeso. Meno male che sia così, per combattere il populismo e il qualunquismo che dominano perchè la gente è stanca, vuole risposte semplici e ridurre il dibattito”.

Tornando al cinema, Luchini fa un confronto tra il suo paese e il nostro: “In Francia si producono circa 300 film all’anno. Ovviamente non tutti i registi hanno qualcosa da dire con intelligenza e ispirazione, ma da noi esiste un mercato e il settore viene sostenuto, aiutato. Da voi non succede più, c’è stata una regressione. Eravate i migliori e il vostro cinema era geniale, ma l’orrore della televisione ha messo in ombra i ‘grandi’ come Scola, Fellini e Visconti, che tutti noi ammiravano. C’è stato un degrado generale, ma almeno la Francia si è tutelata e difesa”. Anche se, aggiunge, attualmente come paese è in crisi: “Un tempo convivevano bene tante nazionalità diverse, mentre oggi è triste, disfattista e disperata”.

 

 

 

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