venerdì, 15 dicembre 2017

Mal di pietre e d’amore

Mal di pietre e d’amore

Roma, 11 aprile (Fr. Palm.) – Ha fatto un bel viaggio il romanzo “Mal di pietre” di Milena Angus, che dalla Sardegna si è trasferito cinematograficamente in Francia ed è diventato un film, diretto da Nicole Garcia, applaudito allo scorso Festival di Cannes e ora nelle nostre sale, dal 13 aprile, grazie a Good Films. Protagonista è Marillon Cotillard, affiancata da Louis Garrel e Alex Brendemuhl.

Il libro, edito da Nottetempo, è diventato un piccolo caso: fu stampato in 800 copie, in una piccola tiratura, prima di conquistare il pubblico francese e poi quello italiano, vincendo cinque premi, entrando nella cinquina dello Strega e del Campiello e vendendo in un anno, nel 2007, circa 150.000 copie. Ad oggi, 18 le traduzioni in tutto il mondo.

Nicole Garcia, che da un libro aveva tratto nel 2002 anche uno dei suoi film più noti, L’avversario, si è innamorata della storia e ha deciso di farla sua, apportando dei cambiamenti e “francesizzandola”, ma senza tradirne lo spirito.

Sullo schermo, tutto ruota intorno a Gabrielle, una donna che vive negli anni ’50 nel Sud delle Francia, in Provenza. Sentimentalmente irrequieta e con un’anima fragile, sposa contro il suo volere un uomo  scelto per lei dalla madre, affinchè possa assicurarle stabilità e una famiglia. Gabrielle non lo ricambia e vive stancamente, finchè un giorno non scopre di avere dei calcoli renali che le impediscono di restare incinta e viene mandata in una clinica elegante e sulle Alpi francesi, per farsi curare. Qui incontra un reduce, rimasto ferito durante la guerra d’Indocina, con cui entra subito in sintonia e da cui è attratta, finendo per innamorarsi e provare quella passione mai provata prima. Il suo cuore appartiene a lui e Gabrielle desidera solo stare al suo fianco, scappando dalla sua vita e dal suo matrimonio, che le sembra una prigione. Ci riuscirà? Avrà la pace interiore e affettiva che brama?

“Questo romanzo è stato un grandissimo regalo – afferma Nicole Garcia – Me lo consigliò un amico, lo presi in aeroporto e lo lessi durante il tragitto Parigi-Marsiglia. Ho subito chiesto se i diritti fossero ancora liberi e per fortuna nessun produttore o autore italiano li aveva presi”. La regista colse immediatamente “l’idea molto potente della storia, che esplora il destino di una donna. Ho però dovuto reinventarla, per raccontarla nel mio modo, quando ho scritto la sceneggiatura con Jacques Fieschi”. Quali, dunque, le differenze? “Innanzitutto, il tempo nel cinema e nella letteratura non coincide mai, il cinema richiede il tempo del racconto e proprio su questo sono intervenuta. Poi ho portato la storia dalla Sardegna alle Alpi provenzali, perché non volevo un’ ambientazione italiana. Credo sia lecito impadronirsi del libri ma anche allontanarsi, restando comunque fedeli. Quello che di fondo c’è nel libro, nel film si ritrova. Ero un po’ preoccupata della reazione di Milena, ma la pellicola le è piaciuta, ha compreso l’adattamento e mi ha dato fiducia”.

La Angus, dal canto suo, replica così: “E’ vero che nel film sento la mancanza della mia Sardegna e che la protagonista è diventata francese a tutti gli effetti, ma lei mi ha commosso di più della mia. La mia donna è buffa a volte e ha una forma di follia che fa sorridere e un po’ mi ha ricordato l’Orlando furioso, perchè anche Orlando era matto e Ariosto dice di adattarsi alla vita, alla realtà e a quello che ci offre, anche se Orlando non ne vuole sapere. E questa donna soffre del mal d’amore per un amore che non esiste, mentre il marito mi ricorda Astolfo, che la fa rinsavire. Restando al cinema, mi ha ricordato anche Adele H.”

“No, non sono d’accordo su Adele H – interviene la regista – Adele H rappresenta più la follia erotomane, in questa storia il tenente ha guardato davvero la donna e si è interessato a lei. Mi piace proprio questo, come la donna vive l’inizio di un amore e poi quando scompare lo trasforma in allucinazione per non morire, per non sprofondare. E’ la funzione riparatrice dell’immaginazione, che possiede anche il cinema”.

Gabrielle insegue un sentimento profondo, che viene chiamato “la cosa principale”: “Di amore si parla troppo, è un termine abusato – sostiene Nicole Garcia – Nel libro quell’amore, quella ‘cosa principale’, viene chiesto dalla donna a Dio perchè l’aspetto sessuale e quello sacro sono un po’ la stessa cosa. Si tratta di qualcosa di mistico, l’estasi non è la follia ma è la ricerca più bella della vita”.

 

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