venerdì, 16 novembre 2018

Ligabue regista, Riko e l’Italia

Ligabue regista, Riko e l’Italia

Roma, 22 gennaio (Francesca Palmieri/Servizio video) – Solitamente sono i libri ad ispirare i film, ma è stato un disco a far nascere Made in Italy e far tornare dietro la macchina da presa Luciano Ligabue, 20 anni dopo Radiofreccia e 17 dopo Da zero a dieci: non un disco qualsiasi, ma il suo ultimo lavoro, un “concept album” portato prima in tour, poi su carta, diventando una sceneggiatura, e poi ancora sullo schermo, per arrivare non solo al pubblico degli stadi ma anche a quello delle sale. A questo penserà Medusa, che dal 25 gennaio distribuirà il lungometraggio e l’ha anche prodotto, insieme alla Fandango di Domenico Procacci, sempre presente ogni volta che Luciano decide di appendere momentaneamente al chiodo la chitarra e ri-prendere in mano il “ciak”. Tra gli attori diretti in questo nuovo giro, Stefano Accorsi, che aveva già condiviso il successo del suo esordio, Kasia Smutniak, Fausto Maria Sciarappa e Walter Leonardi.

In questi due decenni, quando gli veniva chiesto (spesso) di un eventuale ritorno al cinema, Ligabue ha sempre replicato nello stesso, coerente modo: sarebbe accaduto solo con la storia giusta. Se il film è stato realizzato tra concerti e pause forzate a causa dell’operazione alle corde vocali, dopo tanta attesa, si capisce l’urgenza, o anche solo il desiderio, di dare anche fisicamente un volto, un corpo e una voce a Riko, il protagonista di Made in Italy: “Mi sono riavvicinato alla regia perché non avevo più la scusa di non avere una storia da raccontare – afferma il rocker – La storia l’avevo, era lì, tra le canzoni di questo album, che già di per sè rappresenta un progetto anacronistico perchè chiedo, negli anni 2000, nell’era degli ascolti veloci, di seguire il filo di tutti quanti i brani, per intero”.

Alcuni di quei brani accompagnano le immagini e scandiscono i momenti salienti della vita di Riko, un uomo insoddisfatto, che entra in crisi perchè vede spegnersi man mano le certezze che aveva: sul lavoro, nei sentimenti, a livello personale. Con sua moglie non comunica più, la ditta di salumi in cui fa l’operaio sin da giovane fa continui licenziamenti, il Paese lo delude e la casa di famiglia, in cui è cresciuto, probabilmente va venduta. Come reagire? È possibile dare una svolta? Magari, se intanto cambia il punto di vista con cui si guardano le cose, forse può cambiare anche il resto…

Il tema della sfera privata si allarga e la riflessione umana coinvolge anche la sfera sociale: come spiega Ligabue, “La parte dedicata al lavoro nasce da un seme, dalla canzone Non ho che te che non è inclusa nel disco, ma che ho messo nel film. Volevo parlare di un uomo di mezza età che insieme al lavoro perde anche l’identità, facendo un discorso sul chi siamo e su quanto fragili diventiamo, quando ci ritroviamo senza. Ai tempi di Radiofreccia scrissero che avevo fatto un ritratto generazionale, se oggi, per questo aspetto, tante persone si riconosceranno, vorrà dire che l’opera di fantasia ha funzionato”.

La penna di Luciano tocca realtà che sa da vicino: “Racconto cose che conosco bene, come la provincia – sottolinea – Resto ancorato a quello che conosco, ho tanti amici che sono onesti e bravi come Riko, ma esserlo non paga, in Italia. Ho voluto dar loro voce in capitolo, dato che nessuno ne parla, perchè non sono interessanti, anche dal punto di vista drammaturgico. I ‘cattivi’ tirano molto di più”.

Il musicista ha parlato del nostro paese in varie canzoni, cogliendo luci e ombre, come in “Buonanotte all’Italia”. E ha definito il film “una tormentata dichiarazione d’amore”: cosa (ne) pensa, adesso? Come lo vede? “Vedo una fase di incertezza importante – risponde – Ma importante è anche il sentimento che continuo a provare, nonostante la frustrazione e i difetti non risolti. Siamo assuefatti dalla sua bellezza e rassegnati al malfunzionamento, ho raccontato questo amore con gli occhi di chi ha meno privilegi di me, di chi ha una vita normale e un rapporto forte con le radici”.

La voglia di cambiamento, però, è universale e appartiene a tutti: “Cambiare fa paura, siamo propensi a pensare che il cambiamento non porti buone cose e non vogliamo avventurarci – sottolinea – Ma se cambia il nostro modo di vedere e come reagiamo davanti agli eventi, cambia anche la realtà. Ed è proprio per questo che inizialmente facciamo resistenza”.

Cambiare scena, passando dal palco al set, ogni tot Luciano se lo concede. Anche se non è facile: “Fare film per me è una fatica boia”, confessa sorridendo. E chissà cosa accadrebbe se un giorno si lasciasse tentare e accettasse la proposta audace di Procacci: “Dovrebbe fare un’opera rock, ne sarebbe capace”…

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