lunedì, 21 ottobre 2019

Luchetti racconta il Papa

Luchetti racconta il Papa

Roma, 26 novembre (Fr. Palm.) – E’ un viaggio umano e spirituale che abbraccia mezzo secolo quello che Daniele Luchetti fa compiere allo spettatore raccontando chi è – e soprattutto chi era – il Papa della gente, ossia Jorge Bergoglio, protagonista di Chiamatemi Francesco, in sala dal 3 dicembre con Medusa. Il progetto sulla carta era impegnativo e per nulla facile, al punto che Pietro Valsecchi, che ha prodotto il film con Taodue, lo ha definito “la scommessa più grande della mia vita”.

Luchetti, che aveva la precisa intenzione di “non realizzare un’agiografia, nè di fare un santino”, come spiega, si è soffermato sulle esperienze e sulle scelte che nel tempo hanno portato Bergoglio a guidare la Chiesa Cattolica, di cui è a capo da due anni.

Figlio di una famiglia di immigrati italiani a Buenos Aires, negli anni della giovinezza Jorge è stato un ragazzo come tanti, con amici, una fidanzata, degli ideali. Entrò poco più che ventenne nell’ordine dei Gesuiti e, durante la dittatura militare di Videla, fu nominato Padre Provinciale dei Gesuiti per l’Argentina. Questo incarico lo segnò moltissimo, aiutando i perseguitati dal regime e alimentando la sua fede e il suo coraggio. E preparandolo a quello che è diventato poi il culmine della sua vocazione: essere eletto Papa, in un’indimenticabile serata in cui da piazza San Pietro salutò con forte emozione tutto il mondo, con il nome di Francesco.

“Questo non è un film religioso, racconta un personaggio che crede – spiega Luchetti – E nel raccontarlo sono stato dalla sua parte, senza ascoltare chi mi si è avvicinato dicendo che Bergoglio era implicato nella dittatura. Sono stato in Argentina con Valsecchi, ho parlato con chi lo aveva conosciuto, raccogliendo testimonianze emotive. All’inizio non trovavo un filo narrativo e un’ipotesi di storia, ma quando ho scoperto che era un uomo preoccupato ho avuto come un’illuminazione. Quella doveva essere la chiave”.

Luchetti era interessato a “capire attraverso il passato perché Bergoglio è così oggi, parlare degli inferni che ha attraversato e mostrare come un uomo matura e diventa grande, toccando solo verso la fine il punto più alto della sua vita”.  Per girare il  film senza condizionamenti esterni, dice poi di non aver “letto più i giornali per non avere nessuna notizia su di lui, smettendo di credere che abitasse a 1 km da casa mia. Non volevo essere influenzato”.

Altro rischio in cui non voleva incappare, oltre all’agiografia, era trattare in modo inadeguato il tema della dittatura: “Era il pericolo maggiore non aver rispetto della storia argentina – dichiara il regista – Ho voluto avere il punto di vista della gente argentina, senza spettacolarizzare e banalizzare le tragedie. Non dovevo raccontare io come fare i conti con una storia così dura, ma mi piacerebbe che i giovani, vedendo il film, capissero come un popolo intero può essere schiacciato e come una nazione può essere oppressa”. Quanto alle fonti d’ispirazione, rivela: “So che ci sono tanti film sul Papa, ma più che loro mi è stato utile vedere The queen, per il modo asciutto di andare diretti al cuore delle cose. Era fondamentale che il film fosse credibile”.

E lo è stato, perchè il camerlengo Jean-Louis Pierre Tauran lo ha apprezzato, come racconta Valsecchi: “Lo ha visto e ha detto che è veritiero. E’ stato un sollievo, perchè abbiamo fatto il film contro tutti. Solo due inconscienti come me e Daniele potevano farlo, dal momento che era difficilissimo. Non abbiamo avuto nessun interlocutore, abbiamo mandato la sceneggiatura in Vaticano ma non abbiamo ricevuto segnali, abbiamo proceduto da soli. Sono stato due anni in apnea, ma la sfida è vinta”.

Prima dell’uscita in sala, è stata organizzata per 7000 bisognosi una proiezione nella Sala Nervi del Vaticano, il 1 dicembre. Chiamatemi Francesco avrà poi questo percorso: tra un anno e mezzo, sarà trasmesso in 4 puntate da 50′ su Canale 5 e in tutto il mondo.

 

 

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