mercoledì, 23 agosto 2017

Loach dalla parte dei lavoratori

Loach dalla parte dei lavoratori

Roma, 13 settembre (Fr. Palm.) – Ken Loach aggiunge un altro intenso tassello al suo cinema di denuncia sociale con Io, Daniel Black, che punta il dito contro il sistema burocratico inglese che mette in ginocchio i lavoratori e la popolazione più debole, togliendo rispetto e dignità. Il film, che allo scorso Festival di Cannes ha portato a casa il premio maggiore, la Palma d’Oro, arriva in sala dal 21 ottobre grazie a CINEMA di Valerio De Paolis.

Il regista racconta la storia di un uomo di 59 anni, un falegname che dopo un grave infarto ha dovuto smettere di lavorare e per sopravvivere è costretto a chiedere un sussidio statale. Ottenerlo, però, è faticoso e complicato, a causa della severa – e ingiusta – procedura a cui attenersi, che penalizza e non aiuta chi è in difficoltà, come invece dovrebbe. E questo vale sia per Black, sia per una giovane madre che si toglie il cibo dalla bocca pur di sfamare i suoi figli, così come per tanta altra gente lasciata, di fatto, a combattere da sola.

Il film mostra quanto oggi si sia perso il significato (e il valore) della parola “cittadino”: “Dobbiamo riappropriarci del termine – sottolinea Loach – Il problema è che lo Stato, in tutta Europa, cerca di non schierarsi dalla parte degli interessi delle persone, ma del capitale. E l’interesse del capitale è rendere le persone vulnerabili, facendo credere che se ti trovi in povertà è colpa tua, o che se non hai un lavoro è perché non sai compilare bene il tuo curriculum o perchè arrivi in ritardo di un minuto a un appuntamento. Ma sappiamo che la realtà è che i posti di lavoro non ci sono e quei pochi sono precari e instabili, non consentendo una vita e un salario dignitosi. Il precariato è forza per le aziende, mentre per il lavoratori è un disastro”.

Spesso tra i lavoratori nasce una rete di solidarietà, aggiunge poi il regista: “In qualunque comunità i lavoratori si sostengono, nel mio ma anche nel vostro paese. Abbiamo campagne per senzatetto, disabili, anziani, scuole e associazioni che offrono pasti, ci sono insomma segni di forti. Ma il tessuto sociale è molto minato e non possiamo continuare a vivere cosi, siamo in una condizione di vulnerabilità assoluta”. Ma un barlume di speranza esiste? “Sì – risponde Loach – Se dovesse vincere alle elezioni il candidato del partito di sinistra che ha visto aumentare gli iscritti, forse un cambiamento sarà possibile”.

Lo Stato, per Loach, è complice di questa situazione: “Il governo sa cosa fa, tutto è fatto apposta, per intrappolarci – dice – Chi lavora in quegli enti ha istruzioni precise sulle sanzioni da applicare ogni settimana, è quindi una decisione consapevole punire le fasce più deboli della società. E proprio tra gli attori ci sono dei veri impiegati che sono andati via perché non tolleravano quel modo di operare, che ci hanno raccontato storie molto analoghe a quelle che si vedono nel film”.

Inevitabile sapere dal regista anche un parere su Brexit: “Al momento non abbiamo lasciato ancora l’Unione Europea, c’è una sorta di guerra fasulla in cui tutti si aspettano che accada qualcosa – dichiara – L’effetto immediato è stato la perdita di valore della sterlina e l’aumento delle esportazioni, più vantaggiose, ma la previsione è il rallentamento dell’economia e un peggioramento, perchè i datori di lavoro taglieranno salari e così aumenterà il livello di precarietà. Ma quello che ha reso complessa la situazione è che l’Unione Europea è un’entità non a favore dei lavoratori ed è mossa dalle grandi azienda, spingendo alla privatizzazione, contro gli interessi pubblici. Servirebbe una nuova organizzazione dell’economia, ma se non riusciamo a mantenere la pace nel mondo…”

Loach da tanti anni, al fianco del suo sceneggiatore Paul Laverty, è un regista “militante” impegnato in prima fila a parlare delle ombre della società. Ci sono suoi eredi? “Non c’è mai una carenza di talenti al cinema – afferma – Incontro tanti cineasti giovani con idee buone, che vogliono fare film, ma la decisione non spetta agli autori. Noi ci siamo fatti le ossa in tv, imparando da lì il mestiere, era un’epoca in cui la classe dirigente era sicura di sé e ci lasciava la libertà di essere sovversivi. Ora si sente minacciata ed insicura, ha ristretto le regole a cui obbedire e quindi è raro trovare qualcosa di interessante”.

 

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