martedì, 16 ottobre 2018

La solitudine dei numeri simili

La solitudine dei numeri simili

Roma, 23 ottobre (Francesca Palmieri) – Un amore tormentato, disperato e viscerale, nato tra anime simili a istinto e a pelle, è il cuore (pulsante) di Alaska di Claudio Cupellini, con Elio Germano e Astrid Bergés Frisbey che rappresentano due giovani solitudini alla ricerca della felicità. Il regista torna dietro la macchina da presa a cinque anni da Una vita tranquilla e dopo aver diretto alcuni episodi della serie tv “Gomorra”, firmando un melodramma che si svolge tra Parigi e Milano, dal forte impatto emotivo sin dalle intenzioni: “Abbiamo lavorato con la pancia, essendo il più sinceri possibili – dice Cupellini – Obiettivo era essere potentemente e spudoratamente romantici”.

In sala dal 5 novembre con 01, il film, prodotto da Indiana Production con Rai Cinema e con la francese 2.4.7. Films, segue l’evoluzione nel tempo del rapporto tra Fausto e Nadine, che si incontrano un giorno per caso e dal quel momento saranno legati per sempre. Soli e precari, si aggrappano l’uno all’altro anche se il destino li fa subito dividere, perchè lui finisce in carcere per una “bravata” sul lavoro. Si ritrovano quando Fausto è di nuovo un uomo libero e provano a ricominciare insieme: lei intraprende seriamente la carriera da modella, lui si arrangia con dei lavoretti in attesa di qualcosa di migliore. Quando un’opportunità buona per far soldi e riscattarsi sembra bussare, Fausto non esita a coglierla, anche se Nadine è contraria. E la loro relazione si sgretola, giorno dopo giorno. Fino alla rottura. Fino all’idea di poter vivere separati. E fino alla consapevolezza che invece non sarà mai possibile. Perchè ci si appartiene.

Il titolo della pellicola è il nome del locale notturno che apre le porte di una nuova vita (facile) a Fausto, ma come spiega il regista si collega idealmente “alla rincorsa all’oro tanto agognata e irraggiungibile, in quella terra dove si cadeva e ci si rialzava”. Il protagonista cade e si rialza spesso nel film, che copre un arco temporale di cinque anni: “Fausto compie un processo di maturazione – sottolinea Cupellini – Questa storia è come un romanzo di formazione, racconta un’escalation sociale e un processo di crescita. In fase di scrittura non abbiamo mai voluto essere giudicanti, mostrando sia cosa c’è di buono, sia cosa c’è di malato nei personaggi. Siamo fatti di tutti questi errori ma anche degli slanci più belli, è questa la complessità del nostro vivere”.

Per Germano è stato un progetto importante: “Tengo molto a questo film – dichiara – Non è tratto da un libro, è puro, nuovo e non ammicca. Fa pensare a un cinema più europeo, capace di parlare più lingue diverse, come nella vita”. Del suo ruolo dice: “Fausto è un essere umano scomodo per come va il mondo, indirizzato verso il controllo e la freddezza che lui non possiede. Tutti i personaggi del film sono di carne e vivi, sentono la scomodità delle proprie emozioni e sono alle prese con amore e dolore, in contrasto con la carriera e le ambizioni”.

Per l’attore “Il film è una corsa ad ostacoli verso la felicità, per trovare la propria posizione e la propria serenità. Tutti i personaggi sono abbagliati dal cercare la felicità nella carriera e nel diventare qualcuno, ma a loro spese impareranno che i sentimenti diventano poi la chiave per salvarsi. La felicità sta in quello che riusciamo a dare e non a prendere, quando smettiamo di costruirci un’immagine da vincenti in una gara di corsa che non si sa bene dove porterà”. Per Germano “E’ meglio essere degli ‘ultimi’ ma riempirsi di emozioni e di condivisione, perchè quello che ci riempie di più è far qualcosa per gli altri, dopo aver attraversato vari egoismi. In tal senso, questa è per me una storia epica di cavalieri che devono sconfiggere draghi e mostri, una favola in cui il mio personaggio si chiama Fausto, come il Faust, forse non a caso”. E Cupellini, al suo fianco, annuisce.

 

 

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