mercoledì, 23 agosto 2017

La parte migliore degli uomini – L’Italia debutta in concorso con Spira mirabilis

La parte migliore degli uomini – L’Italia debutta in concorso con Spira mirabilis

Lido di Venezia, 4 settembre (Fr. Palm.) – Comincia in modo sperimentale e con “sfumature esistenziali” il percorso dell’Italia alla Mostra di Venezia con Spira mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, coppia di documentaristi (insieme anche nella vita) che si sono mossi tra natura, elementi e suoni per realizzare quella che hanno definito “una sinfonia visiva” tra ricerca e immortalità, che vuole essere “un inno alla parte migliore degli uomini”.

Gli autori sono partiti da un uomo, Shin Kubota, scienzato cantante giapponese che l’immortalità ha cercato di raggiungerla tenendo in vita una piccola medusa, simbolo dell’acqua, che nel film è in compagnia di Felix Rohner e Sabina Scharer, musicisti inventori di strumenti/scultura in metallo (simbolo dell’aria), delle statue del Duomo di Milano (simbolo della terra) e di Marina Vlady, che rappresenta l’etere, che vediamo narrare “L’immortale” di Borges dentro un cinema fantasma.

La spirale a cui fa riferimento il titolo della pellicola – in sala dal 22 settembre con I Wonder Pictures, prodotta da Montmorency e Lomotion con Rai Cinema – incarna la perfezione e l’infinito, in un mondo che di perfetto ormai ha ben poco, ma in cui però ci sono ancora anime piene di capacità e di positività, che accettano ma allo stesso tempo superano i propri limiti.

“Il film è un affresco poetico che combina pensiero razionale ed emotivo per raccontare la parte migliore di noi – ribadiscono più volte il concetto, i registi – Cerchiamo di toccare ‘il cuore del cuore delle cose’ con immagini di bellezza in cui il piccolo può diventare grandissimo e l’universale un dettaglio”.

Se il precedente lavoro, Materia oscura, “era sulla stupidità umana e ci ha lasciato un sentimento di tristezza”, come sottolinea D’Anolfi, questo ha preso una nuova direzione:   “Non sono tempi per cui essere ottimisti, ma crediamo nella minoranza ‘resistente’ che può aspirare a fare cose migliori”. Il conflitto tra l’uomo e le istituzioni è stato eliminato e, come aggiunge la Parenti, “i conflitti interni hanno preso il posto di quelli esterni. Volevamo raccontare chi aspira a qualcosa di superiore, alla rinascita e alla rigenerazione dal punto d vita scientifico e artistico. Tutte le storie sono connesse tra loro, in comune hanno l’aspirazione a lasciare qualcosa di sé nel tempo, rispetto alla quotidianità, oltre ad un idea di immortalità intesa come resistenza a una cultura che ci vuole tutti uguali”.

Secondo la produttrice di Rai Cinema Paola Malanga, ci troviamo davanti a un esempio di “cinema oggi necessario, che cura l’anima e ci regala quel che abbiamo perduto: il tempo. Ci riappropriamo del tempo interiore e anche di quello quotidiano”.

Come sono avvenuti gli incontri con i protagonisti? D’Anolfi ricorda come si è imbattuto in Felix Rohner e Sabina Scharer: “Abbiamo sentito in strada un suono, lo abbiamo seguito e siamo arrivati allo strumento che avevano creato. Abbiamo cercato chi fossero su internet, abbiamo scoperto che avevano deciso di smettere di suonare lo strumento e hanno chiesto alle persone di scrivere delle lettere, per decidere a chi affidarlo. Ne hanno ricevute tantissime, anche dolorose, e tra quelle è finita anche la nostra. E dopo aver visto i nostri film ci hanno scritto e invitato a Berna”. Per quanto riguarda le statue del Duomo, invece, Martina racconta: “Il Duomo è sempre sotto ai nostri occhi, ma abbiamo voluto vederlo in modo diverso, scoprendo che esiste un cimitero delle statue che ci è sembrato come un piccolo purgatorio”.

Presto, dopo il debutto al Lido, Spira mirabilis incontrerà il pubblico delle sale. Cosa si aspettano i registi? “Forse può essere considerato un film per pochi, ma noi crediamo nelle persone pensanti, che hanno uno sguardo critico sulla realtà – affermano – Il cinema che amiamo non è un prodotto da confezionare e vendere per compiacere gli spettatori e crediamo che le persone siano migliori e più preparate di come le dipingono anche i giornalisti. L’appiattimento culturale è dovuto anche a questo, mentre noi crediamo nella varietà”.

“I nostri film sono una sorta di triangolo – concludono – Noi filmiamo le cose, le persone e la natura e poi ci sono gli occhi di chi guarda i nostri film e i film non sono più nostri, ma diventano di chi li vede”. E sul fatto di essere qui in gara, chiosano: “Ci fa tanto piacere perché amiamo un tipo di cinema che offre sguardi diversi sulle cose”.

Leggi anche