sabato, 19 settembre 2020

Berlinale: Everett, Wilde e la libertà sessuale

Berlinale: Everett, Wilde e la libertà sessuale
Photo Credit To Pietro Coccia

Berlino, 17 febbraio (l.d.c) “Prima di Oscar Wilde di omosessualità neanche si parlava, il movimento LGBT gli deve moltissimo e almeno a me continua a dare la forza di resistere ai pregiudizi e combattere per la libertà sessuale”: così Rupert Everett, a Berlino, regista del film dedicato al grande scrittore protagonista non solo di un biopic ma di una grande storia “tragica e romantica”, come dice Everett. L’attore\regista lo racconta negli ultimi anni della sua vita, tra Parigi e Posillipo, povero in canna e solo, escluso da quella società intellettuale e borghese che lo aveva amato per anni ma lo allontana dopo il processo per sodomia e la condanna a due anni di lavori forzati. Ma c’è qualcosa di più della sintonia omosessuale tra Everett e Wilde in The Happy Prince, che l’attore interpreta e dirige perché, in qualche modo, nella scelta di rappresentare la parte più cupa della storia personale di un’icona ormai ‘storica’ del mondo gay Everett ci mostra in filigrana le ragioni di un vero e proprio manifesto contro l’ostracismo e il puritanesimo che si respira nella nuova Hollywood. Anche per questo ha raccontato che il film è stato difficile da mettere in piedi, durante ben nove anni di ricerche di finanziamenti, trovati anche grazie allo spettacolo teatrale che ha preceduto il film presentato alla Berlinale Special, dopo l’anteprima al Sundance. E anche grazie a Palomar, che lo porterà in sala con Vision, mentre Sony Pictures Classics ne ha acquistato i diritti per i territori americani. Ispirandosi a Visconti, Everett ha realizzato un film cupo che racconta con sofferenza e forte partecipazione gli ultimi giorni di Wilde, che morì per le conseguenze della sifilide, vissuto dal mondo gay come una bandiera e un vero e proprio martire dell’omosessualità. The Happy Prince, che dà anche il titolo al film è il titolo della fiaba che la mamma leggeva al piccolo Rupert: “Avevo appena 6 anni e fu il mio primo incontro con Wilde, ricordo ancora persino come era vestita mia mamma, che indossava un abitino aderente stile Jackie”. Nella trama del film anche un altro testo, molto più profondo e drammatico, il De Profundis, scritto dal carcere come una lettera all’amato Lord Douglas, il ‘Bosie’, grande amore dello scrittore. Dice ancora Rupert Everett: “Wilde era affascinato dalla figura di Cristo ed egli stesso viveva il tema del sacrificio di se stesso, crocifisso e risorto con un senso religioso che la Chiesa però non gli riconobbe neanche di fronte al suo tentativo di conversione, quando uscì dal carcere”. Nel cast anche Emily Watson, Colin Morgan e Colin Firth, anche coproduttore del film, nel ruolo del giornalista grande amico di Wilde a cui rimase vicino fino alla morte.

Leggi anche