domenica, 12 luglio 2020

Il tuttofare precario di Attanasio

Il tuttofare precario di Attanasio

Roma, 13 aprile (Francesca Palmieri) – Cosa si è disposti a fare per raggiungere il proprio posto nel mondo (del lavoro) e quali confini – e leggi – si possono infrangere per ottenere ciò che viene promesso e non dato, come la luna? Quali giochi di potere e compromessi che non tengono affatto conto di merito, bravura e impegno si devono accettare?

Chiediamolo a Il tuttofare di Valerio Attanasio, che mostra la faticosa gavetta e il percorso a ostacoli di un brillante studente universitario di Giurisprudenza e praticante, alle dipendenze di un noto giurista dalle mani non propriamente pulite, per cui si improvvisa, in ordine sparso: assistente, cuoco personale, portaborse, autista e persino attore, simulando svenimenti durante i processi, per interromperli. Tutto questo, ça va sans dire, con un misero rimborso spese e un continuo cambio di nome, dal momento che il suo mentore non si ricorda neanche come si chiama. A che pro, dunque, sopportare certe condizioni? Riuscire a strappare un contratto nel suo prestigioso studio con oneroso compenso e finalmente svoltare la sua vita, avendo una possibilità di futuro. Come sarebbe giusto. Come ai giovani dovrebbe essere concesso. Ma come nel nostro paese non avviene, specialmente se non hai santi in paradiso, nè raccomandazioni o favori da barattare.

Nel ruolo del tuttofare c’è Guglielmo Poggi, mentre a parlare di diritto senza diritto, per quello che combina, c’è Sergio Castellitto, sullo schermo sposato con Elena Sofia Ricci, che detiene le intere finanze di famiglia e l’appellativo di “iena”, ma invaghito di Clara Alonso, amante argentina in cerca della cittadinanza italiana.

Attanasio – che esordisce nel lungometraggio dopo aver firmato nel 2014 la sceneggiatura di Smetto quando voglio e nel 2017 il corto Finchè c’è vita c’è speranza, che entrò nella short list dei Nastri d’Argento – conosce da vicino la realtà che ha raccontato con il suo film, prodotto da Wilside (con Sky) e distribuito da Vision dal 19 aprile. La conosce da vicino sia perchè figlio di un avvocato (civilista), sia perchè ha provato a seguire le stesse orme, facendosi le ossa “sul campo”, fin quando la grande passione per il cinema ha prevalso e alla lettura della Costituzione ha preferito quella dei copioni.

“Sono partito dal testo e ho ragionato da sceneggiatore – spiega – Solo successivamente mi sono fatto prendere dall’inconscienza, decidendo di fare anche la regia. Volevo parlare della lotta alla sopravvivenza in cui tutti siamo coinvolti, immaginando il film come un romanzo di formazione comico che parla di precariato. La percezione diffusa oggi è che sia scontato assistere a certe cose, non si ci lamenta e anzi ognuno si arrangia come può, per muoversi in questa giungla”.

La figura del cialtrone affonda le radici nella commedia all’italiana, uno dei punti di riferimento del regista: “Il principe del foro che predica bene ma razzola male nel privato, sfruttando i suoi privilegi, è la summa di certi personaggi tipici di quelle commedie, come il Tognazzi de La giornata dell’onorevole ne I mostri o il De Sica de Il vigile“.

Castellitto conferma: “Ho reso omaggio e stretto la mano a Scola, Monicelli, Risi, Gassman, Ferreri, Sordi – afferma – Ho cercato di mettere in scena ciò che mi hanno insegnato, quel raccontarci con lo sberleffo, il graffio, la rabbia e il ‘cazzeggio’. Un personaggio come il mio è eterno, c’è stato e ci sarà sempre. La commedia che abbiamo inventato ci consente di ridere senza accorgerci che ridiamo di tragedie. E i film, dopo averli visti, devono farci riflettere”.

Come è stato farsi dirigere da un debuttante? “Valerio è stato bravo, ci ha lasciato il guinzaglio lungo e ha scritto una solida sceneggiatura: un attore si sente libero solo se la gabbia è forte. Il film è stato girato con leggerezza e affetto e Gugliemo è stato formidabile, perchè – ammette – starmi dietro non è facile”.

Poggi si è portato dentro qualcosa, dopo questa esperienza: “Ciò che mi è rimasto di Antonio, è il suo sorridere a tutto e nonostante tutto. È mosso da un ideale e da un fuoco puro, ci crede. Sono stato contento di interpretare un ragazzo come me, del mio tempo, con le stesse ansie ma anche la stessa gioia di vivere. Dicono che noi giovani siamo ‘sdraiati’ o bamboccioni, ma non è vero: lui alla fine tiene botta davanti a quei mostri che vogliano mangiarlo”.

Questo, senza dubbio, lascia (aperta) una speranza. Anche se la visione di Attanasio non è per nulla rosea: “È vero, non sono ottimista – sottolinea – Ma lo dico della vita in generale, non solo di questo attuale momento storico. D’altronde, la commedia all’italiana mostra come la sottomissione sia da sempre un tema universale e credo che dobbiamo togliere le illusioni, confrontandoci con la realtà. Ma il protagonista non perde mai la voglia di fare e continuerà a provarci, anche se non sappiamo cosa accadrà”.

E se si dovesse gettare un occhio proprio su questo, sul domani? “Facciamo una serie, diciamo lì cosa succede ai nostri personaggi”, propone e chiosa Castellitto, guardando i produttori. Chissà, se la legge non è uguale per tutti, magari anche il finale non lo è…

 

 

 

 

 

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