mercoledì, 23 agosto 2017

Il soldato non violento di Gibson

Il soldato non violento di Gibson

Lido di Venezia, 4 settembre (Fr. Palm.) – In un mondo sempre più lacerato dalla guerra, oggi il soldato protagonista del ritorno alla regia di Mel Gibson con Hacksaw Ridge – alla Mostra fuori concorso – appare ancora di più come un (super)eroe rivoluzionario, portatore di un messaggio che risuona forte ed importante più che mai, tra le pagine dell’attualità.

Andrew Garfield ha indossato l’elmo da guerra per vestire i panni di Desmond Doss, che ai tempi del secondo conflitto mondiale, a Okinawa, salvò 75 vite senza usare le armi, contrario alla violenza. E fu il primo obiettore di coscienza a meritarsi la Medal of Honor, la principale onoreficenza militare americana.

Il suo valore e il suo spessore morale non potevano non colpire Gibson, che sin dai tempi di Braveheart ha mostrato tutto il suo interesse verso personaggi coraggiosi e controcorrenti, capaci di opporsi a regole e convenzioni del sistema. L’attore e regista spiega così cosa l’ha affascinato di più della sua figura: “A rendere questa storia leggendaria è il fatto di prendere un uomo normale e di fargli fare cose straordinarie in circostanze difficili. Desmond si è trovato nella situazione peggiore possibile, dentro un inferno sulla terra, armato solo di fede e convinzione. Ha fatto qualcosa di sovrannaturale e queste sono le storie degli eroi che dovremmo raccontare. Non esiste forma d’amore più alta del considerare la propria vita non più importante di quella di altri fratelli”.

Un onore per Garfield averlo interpretato: “La cosa fantastica di Desmond è che era una persona semplice, sapeva che non doveva uccidere nessuno, ma voleva servire la patria comunque e ha seguito una strada straordinaria per farlo. Incarna l’idea del ‘vivi e lascia vivere’, del permettere agli altri e a se stessi di essere ciò che si è. Dovremmo tutti imparare qualcosa da lui ed avere la sua coerenza, è partito dall’amore e fedele alle certezze interiori si è ribellato a una cultura che diceva di fare il contrario”.

Il film vuole parlare a chi imbraccia le armi, oggi? “Sì, certamente – risponde Gibson – Non credo esistano guerre giuste, io le odio tutte. Ma bisogna amare i guerrieri e rendergli omaggio, come questo film fa. Dobbiamo onorare chi si è sacrificato e ha sofferto così tanto, prestando attenzione a chi torna dal fronte, perché molti veterani tendono a farsi del male o suicidarsi. Spero che al pubblico arrivi anche questo messaggio”.

Gibson cammina ormai da tanto su doppio binario, da attore e da regista. Ci sono differenze? Secondo lui no: “In entrambi i ruoli si è sempre dei narratori, non cambia la cosa – afferma – Amo fare il regista, unirmi alla storia e vederla sviluppare come la vedo io”.

E l’età che avanza influisce sul talento? “Chi è giovane è più bravo a fare parti da giovane, ma si lavora meglio con il tempo – sostiene – La chiave per ogni capacità è rilassarsi, io ho fatto un passo indietro, però penso il tempo sia un buon mix e che si diventa migliori invecchiando, qualsiasi cosa si faccia”.

E a chi chiede di spendere un unico termine per descrivere il rapporto che ha con Hollywood, replica senza rifletterci troppo: “Sopravvivenza, ecco la parola. E ormai la usano tutti”.

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