lunedì, 24 aprile 2017

Il ritorno della banda “stupefacente”

Il ritorno della banda “stupefacente”

Roma, 24 gennaio (Fr. Palm.) – La banda di ricercatori di Smetto quando voglio è tornata ed è sempre più spericolata: arriva in sala dal 2 febbraio, con 01, l’atteso secondo capitolo – con il sottotitolo Masterclass – della saga firmata da Sydney Sibilia, che vede riunirsi gli spacciatori italiani più colti e letterati, di nuovo insieme per un’altra avventura “stufacente”.

Il film, prodotto da Domenico Procacci per Fandango con Matteo Rovere e Rai Cinema, è interpretato ancora una volta, tra gli altri, da Edoardo Leo, Pietro Sermonti, Stefano Fresi, Paolo Calabresi, Valerio Aprea, Libero De Rienzo e Valeria Solarino, a cui si aggiungono le new entry Marco Bonini, Greta Scarano, Giampaolo Morelli e Lo Cascio. Quest’ultimo sarà tra i protagonisti anche del terzo capitolo, che è stato già girato e presto sarà annunciata la data di uscita.

Nella fortuna opera prima di Sibilia, la banda, capitanata da Pietro Zinni (Leo), era riuscita ad assemblare una droga legale che aveva sbaragliato il mercato e l’aveva portata prima ai soldi e al benessere, poi alla resa dei conti e allo scioglimento del gruppo e degli affari. Ogni componente, dopo quell’esperienza, ha ripreso la propria vita e l’unico ad essere in carcere è Zinni, che si era addossato interamente la colpa. Proprio a lui la Polizia fa una proposta inaspettata: se la band si riunisse per scoprire le smart drugs in circolazione, consegnando tutto alle istituzioni e, in cambio di quest’operazione, la fedina penale di ognuno sarebbe tornata pulita? Zinni, che sta per diventare padre e sogna di uscire dalle sbarre, accetta. Richiama tutti, cerca altri complici e la missione ha inizio. E come andrà a finire?

“Quando ho fatto il primo film, ero concentrato solo su quello e di certo non avevo in mente dei sequel – dice il regista, che ha scritto la sceneggiatura con Francesca Manieri e Luigi Di Capua –  Per me era una storia chiusa, ma sull’onda del successo è nato il pensiero della trilogia. L’intento era fare dei lungometraggi con una dignità cinematografica unica, con un gancio ad una futura opera, per lanciare un’idea nuova per il nostro cinema, ossia creare un universo in cui lo spettatore si può muovere longitudinalmente”.

Il film, spiega poi Sibilia, “parla di tante cose, che ho voluto raccontare con il mio sguardo: i tempi in cui viviamo, il fatto che a volte non ci si prende abbastanza cura di alcune intelligenze, la voglia di riscatto. Ma è anche un omaggio al cinema d’azione americano di qualche anno fa, così come alla nostra commedia all’italiana”.

Proprio il mix di genere è l’arma vincente della pellicola: “Mi piace unire la commedia verbosa e le scene d’azione più ermetiche e sposo in pieno il film perchè sono orgoglioso di esserci riuscito – commenta Sibilia – Ho fatto riferimento a Indiana Jones e subito mi ha fatto ridere immaginare Leo alla guida di un sidecar nazista. E mi sono ispirato anche agli anni ’70, a quei film di stampo analogico che rappresentano l’artigianato del nostro cinema”.

E per un attore come è recitare in progetti di questo tipo?  “Gli attori americani sono abituati a parlare di film in cui volano e fanno di tutto, mentre i copioni italiani sono più normali – afferma Leo – Come puoi, dunque, non amare una sceneggiatura che prevede di fare a cazzotti con Lo Cascio in piedi su un treno e di guidare un sidecar nazista sulla Cristoforo Colombo?!”.

“E’ proprio questa la forza del film”, interviene Sermonti, mentre Calabresi sottolinea che “la storia non va mai sul grottesco e sul surreale, che sono stanze in cui tanti cineasti si rifugiano quando non sanno come far ridere. Qui si resta invece sulla verità, sull’autenticità”. E ancora, Morelli fa notare “la fusione tra commedia di denuncia sociale e i rimandi alle saghe americane” .

Smetto quando voglio mostra la grande difficoltà, o addirittura l’impossibilità, di tante menti brillanti a trovare spazio e lavoro nel mondo di oggi. Ma il film manda un messaggio importante, come dice il regista: “C’è ancora speranza. Il finale dolceamaro del primo capitolo mi piaceva poco, perchè io sono ottimista di natura. Noi vogliamo dire che non è poi così male, che ci può essere fiducia”.

 

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