venerdì, 4 dicembre 2020

Esordio “materno” per l’Andreozzi

Esordio “materno” per l’Andreozzi

Roma, 9 ottobre (Fr. Palm/Servizio video di Stefano Amadio) – Un primo film che è come un figlio e che parla di maternità: è come un parto dentro l’altro Nove lune e mezza per Michela Andreozzi, che ha esordito alla regia con una storia al femminile sull’essere madre, in cui divide la scena, come interprete, con Claudia Gerini. E’ lei stessa a dire: “Quando penso alla nascita di questo film, penso a una gestazione. Se lo sviluppi, lo dirigi e reciti anche, diventa a tutti gli effetti un figlio e per me, questo, è un primogenito. Sono una ‘primipara attempata’, definizione medica per una donna che affronta il primo parto in tarda età ed è una buona metafora per definire un debutto come il mio”.

L’attrice/regista, che ha diretto anche, tra gli altri, Stefano Fresi, Giorgio Pasotti, Lillo, Claudia Potenza, Alessandro Tiberi e suo marito Massimiliano Vado, sullo schermo è Nina, quarantenne sposata che desidera fortemente un bambino ma non riesce ad averlo, nonostante i numerosi tentativi. Sua sorella Livia, molto diversa da lei, ha un compagno e non vuole figli, per scelta. Quando il loro ginecologo propone a Livia di restare incinta al posto della sorella, per poi affidarle il bambino, per Tina si accende finalmente una speranza. E Livia, inizialmente non concorde, finirà per accettare e per avere un pancione. Anzi, i pancioni sono due: il suo, vero, e quello di Tina, finto, simulato con un cuscino, per mantenere le apparenze. Il piano sembra funzionare, ma nove mesi sono lunghi e…

Come spiega l’Andreozzi “L’idea era quella di parlare delle donne di oggi, del rapporto con la natura femminile, con la maternità, la bellezza, le altre donne, il tempo che passa, i desideri e le frustrazioni. Di cosa significa essere donna oggi, mostrando fin dove può arrivare un gesto d’amore e di ‘sorellanza’. La domande che sollevo è: perchè non si può offrire qualcosa di proprio per amore di un’altra persona?”.

Vari i punti di vista e le situazioni presentate dall’attrice/regista: “Ho raccontato le donne di oggi, sia quelle in carriera, realizzate con la professione, sia quelle che vogliono la coppia ma non i figli, sia le madri pentite, sia quelle che diventano genitori per l’educazione ricevuta o altro che le spinge ad essere madri. E poi ci sono gli uomini, quelli che stanno con donne che scelgono al posto loro, quelli che, come il personaggio di Giorgio Pasotti, diventano un San Giuseppe 2.0. e quelli all’interno di una coppia gay, che ha le stesse nostre incrinature”.

Qualsiasi sia la vocazione e la natura delle persone, per l’Andreozzi, “bisogna avere la libertà di amare e di fare gesti anche giudicabili, in nome dell’amore, il concetto che il film trasmette”. Anche in un paese come il nostro, aggiunge: “L’Italia è bizzarra, si dice che le donne abbiano una marcia in più ma in realtà hanno delle chances in meno, perchè non ci vogliono assumere se abbiamo figli, ma ci considerano inaffidabili se non abbiamo il desiderio materno. Io, con quest’opera, affermo a voce alta che le donne possono avere una vita soddisfacente anche senza figli”.

E nel cinema, come funziona? “Sono contenta di aver fatto il film perchè siamo sempre poche a lavorare e quindi è una vittoria come donna, anche se non voglio parlare di quote rosa. Ma lo è anche come artista, perchè ho potuto portare l’attenzione su tematiche moderne e dare ascolto a cose nuove. Lo trovo incoraggiante per chi vuole fare questo percorso, non ho mai mollato il timone e ho condotto la nave fino al porto. E per questo ringrazio anche i produttori, che me lo hanno consentito”.

I produttori in questione sono Isabella Cocuzza e Arturo Paglia. A distribuire la pellicola, dal 12 ottobre, la Vision.

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