sabato, 26 settembre 2020

le Iene western di Tarantino

le Iene western di Tarantino

Roma, 28 gennaio (Francesca Palmieri) – Con The Hateful Eight, Quentin Tarantino merita sempre di più lo scettro di re del cinema di genere: nel suo ultimo film – nelle nostre sale dal 4 febbraio con 01 – ha unito western, giallo e horror, assicurando divertimento a tutti i fan più appassionati che attendevano il suo ritorno.

“Volevo fare un western ma anche un ‘giallo da stanza’ alla Agatha Christie, ma poi ho realizzato che avevo fatto anche un horror – spiega Tarantino, in trasferta italiana con due degli attori, Michael Madsen e Kurt Russel – Sono felice di questa commistione e poichè non posso fare tutti i film che vorrei, ne condenso cinque in uno. Mi piacciono le opere a cavallo tra un genere e  un altro, credo sia positivo per il pubblico, è come vedere più film. Mi sento come un giocoliere che si destreggia con vari toni, è una delle mie doti”.

Tarantino, per la sua ottava fatica sul grande schermo, non si è risparmiato: la versione digitale del film – che a Roma ha la sua anteprima a Cinecittà nel mitico Teatro 5 – è di 2 ore e 48 minuti, mentre quella in 70 mm dura ben 3 ore e 08 minuti, con un’ouverture di Ennio Morricone – che ha firmato la colonna sonora conquistando una nomination agli Oscar – e un intervallo di 12 minuti per spezzare primo e secondo tempo, come si faceva una volta.

Ambientata qualche anno dopo la Guerra civile, la pellicola, interpretata, tra gli altri, da Samuel L.Jackson, Kurt Russell, Tim Roth, Jennifer Jason Leigh (in lizza agli Oscar come attrice non protagonista), Michael Madsen e Walton Goggins, si svolge quasi interamente in una stanza, precisamente in una locanda sperduta nel Wyoming, che diventa il rifugio da una bufera di neve fortissima per un gruppo di persone che si ritroveranno forzatamente a condividerla: un cacciatore di taglie, la criminale che ha catturato, un neo sceriffo, un boia, un mandriano, un anziano generale e un uomo che gestisce la locanda in assenza della proprietaria. Tutti sono diretti a Red Rock ma chissà se riusciranno ad arrivarci… vivi.

Un elemento ricorrente dei suoi intrecci è la presenza di protagonisti dall’ambigua identità, che fingono di essere chi non sono:  “È vero, in tutti i film, tranne Pulp fiction, qualcuno pretende di essere qualcun’altro e si maschera o si trasforma – dichiara Tarantino – Non so dire il perché, mi piace come aspetto drammatico e mi piace anche mettere alla prova i miei bravissimi attori che qui giocano a un poker che può esplodere all’improvviso”.

E all’improvviso si scatena anche la violenza, inizialmente sopita: “Sì, appare in un secondo momento perchè si tratta di un lavoro quasi di tipo teatrale, è come una pièce – spiega – I personaggi sono tutti in una stanza mentre fuori è in corso una tempesta che è come un mostro, che divora chi va all’esterno. E più la tempesta cresce, più i personaggi si sfidano in una partita a scacchi con se stessi e nessuno può fidarsi di nessuno”.

E’ la storia a guidare il regista: “Tutto dipende ovviamente da cosa voglio raccontare – prosegue – A volte è qualcosa di pianificato, altre mi faccio trasportare. Una volta completata la sceneggiatura o a film finito, mi rendo conto che ci sono elementi a cui non avevo pensato. Ad esempio, questo non doveva essere un film politico, ma appena i personaggi hanno cominciato a dialogare mi sono reso conto che c’erano più di quanto pensassi riferimenti alla realtà e all’opposizione tra democratici e conservatori”.

Infine, Tarantino spende parole sul 70 mm: “Oggi è come una battaglia tra cowboy e indiani, ma spero che i miei film vivano più degli indiani – scherza – Mi piace perchè si può girare in primo piano ma vedendo anche quello che succede sullo sfondo. Si ha sempre la possibilità di controllare cosa fa ogni personaggio, in qualsiasi istante. E questo fa sì che possa salire la suspense”.

 

 

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