sabato, 27 maggio 2017

Il coraggio di un bambino

Il coraggio di un bambino

Roma, 10 gennaio (Fr. Palm.) – Uno dei compiti – e dei pregi – più importanti del cinema è ricordare e saper conservare la memoria, anche storica. Sia di fatti più eclatanti e conosciuti, sia di storie dentro la Storia meno note, più laterali e silenziose, che meritano però di essere (ri)guardate o persino scoperte: è il caso di Ernst Lossa, protagonista di Nebbia in agosto di Kai Wessel, un ragazzino tedesco che durante il Nazismo ha lottato contro la ferocia disumana e l’insensatezza di qualcosa più grande di lui.

Il film, ispirato all’opera di Robert Domes, che la Good Films porta in sala dal 19 gennaio, racconta al pubblico la sua battaglia e rimuove dall’ombra e dall’oblio un capitolo forte e doloroso, che ha segnato il passato della Germania.

La vicenda risale all’inizio degli anni ’40. Ernst ha perso la madre, è dotato di arguzia e intelligenza ma disadattato e ribelle. Le case e i riformatori nei quali ha vissuto l’hanno giudicato “ineducabile” ed è stato confinato in un’unità psichiatrica, teatro di delitti atroci: alcuni internati vengono uccisi sotto la supervisione del dottor Veithausen, come il ragazzo ha modo di appurare. Ernst decide di opporre resistenza e di aiutare gli altri pazienti, ideando un piano di fuga insieme a Nandl, il suo primo amore. Ma lui stesso è in grave pericolo, perchè i fili sono manovrati dalla dirigenza della clinica, che stabilisce quali bambini devono vivere o morire…

Come afferma Ulrich Limmer, produttore della pellicola, interpretata da Sebastian Koch (popolare nel nostro paese per Le vite degli altri) e Ivo Pietzcker, “Ogni volta che guardavo la foto di questo ragazzino, pensavo che questa storia doveva essere raccontata, mi scosse a tal punto che non riuscii più a togliermela dalla testa. Era impossibile per me rinunciare a fare questo film, lo consideravo un mio dovere verso di lui, anche perchè rappresentava tante vittime”.

E i numeri lo testimoniano, con una cifra impressionante: tra il 1939 e il 1944, oltre 200.000 persone furono assassinate nelle cliniche psichiatriche tedesche, all’interno di un programma di eutanasia, mandate nelle camere a gas, avvelenate o lasciate morire di fame. Il film si avvale anche del sostegno del Professor Michael von Cranach, direttore della Clinica Psichiatrica Kaufbeuren dal 1980 al 2006, che ha contribuito a gettare luce sui crimini e ha fornito aiuto alla produzione come consulente storico.

Colpisce che sia stato un ragazzino ad opporsi: “La sua storia è commovente, disturbante e vergognosa – dice Limmer – In tempi in cui i diritti umani furono calpestati, lui seguì i suoi istinti di bambino. Di tutte le persone fu proprio un ragazzo accusato di essere immorale a salvare la moralità”.

Bruno Sed, Presidente Ospedale Israelitico, commenta così il valore del film: “Il prezioso contributo del regista porta alla luce una tematica che il grande schermo ha fatto sempre difficoltà ad affrontare, anche per lasciare spazio al racconto della Shoah. L’Ospedale Israelitico in questi mesi ha proposto più di un’iniziativa per evidenziare il ruolo attivo dei medici nella realizzazione dei piani di sterminio in epoca nazista e il film di Wessel affronta un aspetto decisivo nel percorso che porterà alla costruzione della macchina della morte nei campi di sterminio. Gli omicidi nelle cliniche psichiatriche come conseguenza del programma eutanasia evidenziano ancora una volta la disumanità del regime nazista e di come le inclinazioni dell’uomo, in assenza di orientamenti morali, possano trasformare la più nobile delle discipline nell’anticamera della morte”.

Per Mario Venezia, invece, Presidente Fondazione Museo della Shoah, si tratta di un film “importante ed educativo, che permette di conoscere un aspetto della persecuzione nazista poco conosciuto al grande pubblico. L’ uccisione del piccolo nomade Ernst Lossa è l’emblema dell’ eutanasia perpetrata dai tedeschi nei confronti di persone affette da malattie genetiche inguaribili, definite dalla propaganda come ‘vite indegne di essere vissute’. La Fondazione Museo della Shoah ha il compito di ricordare non solo quanto è accaduto, ma soprattutto di studiarlo a fondo analizzandone le cause, i processi, le metodologie e i protagonisti, in modo strettamente scientifico e documentato”.

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