giovedì, 22 febbraio 2018

I ‘Rebels ’68 al Trieste Film festival

I ‘Rebels ’68 al Trieste Film festival

Roma, 16 gennaio – Torna dal 19 al 28 gennaio il TRIESTE FILM FESTIVAL, primo e più importante appuntamento italiano con il cinema dell’Europa centro orientale, giunto quest’anno alla 29. edizione, diretta da Fabrizio Grosoli e Nicoletta Romeo: nato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino (l’edizione “zero” è datata 1987), il festival continua ad essere da quasi trent’anni un osservatorio privilegiato su cinematografie e autori spesso poco noti – se non addirittura
sconosciuti – al pubblico italiano, e più in generale a quello “occidentale”. Più che un festival, un ponte che mette in contatto le diverse latitudini dell’Europa del cinema, scoprendo in anticipo nomi e tendenze destinate ad imporsi nel panorama internazionale.

Due, quest’anno, le aperture: la prima, venerdì 19 gennaio, al Teatro Miela, con SYMPATHY FOR THE DEVIL di Jean-Luc Godard, evento inaugurale (anche) della retrospettiva “Rebels 68. East’n’West
Revolution” (vedi sotto). Un film simbolo di un’intera stagione, che “bombarda” la narrativa tradizionale attraverso dieci piani sequenza: metà sui Rolling Stones che registrano il brano del titolo, metà sulla rivoluzione che non decolla, tra Pantere nere letteraliste, scritte
sui muri, un libraio nazi che fa malmenare due “rossi” e Eve Democracy intervistata sul ruolo degli intellettuali e poi braccata.

La seconda apertura, che lunedì 22 gennaio segnerà il debutto del Rossetti come sede principale del Festival, sarà affidata a DJAM, il nuovo film di Tony Gatlif: un’opera che, come sempre nel cinema dell’autore di Gadjo Dilo, Transilvania e Vengo, mescola lingue, nazionalità e ritmi, in un viaggio fatto di musica, incontri, condivisione e speranza che – attraverso la storia di una giovane donna dallo spirito libero – racconta l’Europa della multiculturalità e delle migrazioni.

La chiusura segna il ritorno al Trieste Film Festival di Elisabetta Sgarbi, intellettuale a tutto tondo (cineasta, scrittrice, editrice) che in L’ALTROVE PIÙ VICINO accompagna lo spettatore in un viaggio ai confini dell’altrove che ci è più prossimo, una terra, un popolo, una cultura, che è appena oltre una soglia mobile, fatta per essere attraversata e cancellata milioni di volte dalle trasmigrazioni di persone, lingue, abitudini. La Slovenia nelle parole e negli occhi di Paolo Rumiz, nella prima intervista dopo moltissimi anni al grande poeta Alojz Rebula, ormai cieco, ma che continua a scrivere; nei ricordi di Claudio Magris e nei versi della scrittrice Marisa Madieri, che fu sua moglie, esule istriana; nella musica della giovanissima e vivace orchestra diretta dal Maestro Igor Coretti-Kuret, nata per superare ogni frontiera e creare un continente culturale, emotivo; nei brani di Boris Pahor, interpretati da Toni Servillo.

Nucleo centrale del programma si confermano i tre concorsi internazionali dedicati a lungometraggi, cortometraggi e documentari: a decretare i vincitori, ancora una volta, sarà il pubblico del festival.

Nove i film, tutti in anteprima italiana, che compongono il Concorso internazionale lungometraggi. A cominciare da tre “road movie” che sarebbe difficile immaginare più diversi: il croato KRATKI IZLET (Una breve gita / A Brief Excursion) dell’esordiente Igor Bezinović, dove il tentativo di un gruppo di ragazzi di raggiungere un monastero nella campagna istriana si trasforma in un viaggio allegorico verso l’ignoto; OUT dello slovacco György Kristóf, applaudito al Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes, con il protagonista Ágoston che attraversa l’Europa dell’Est – tra incontri bizzarri e inattesi – nella speranza di trovare un lavoro e realizzare il sogno di tutta la vita; e FROST del maestro lituano Sharunas Bartas, con i suoi due protagonisti, Rokas e Inga, impegnati a guidare un furgone di aiuti umanitari da Vilnius all’Ucraina: salvo ritrovarsi abbandonati a se stessi, in cerca di un rifugio tra le terre innevate del Donbass, circondati da un’umanità distrutta dalla guerra. Più lontani nel tempo, ma tutt’altro che dimenticati, sono i conflitti evocati da due titoli che hanno animato il dibattito politico nei loro Paesi: il polacco ZGODA (Riconciliazione / The Reconciliation) di Maciej Sobieszczański, triangolo amoroso ambientato nella Slesia del 1945, nel campo di lavoro creato dai servizi dell’ufficio di sicurezza
comunista sul sito dell’ex lager nazista di Auschwitz Birkenau; e lo sloveno RUDAR (Il minatore / The Miner) di Hanna Slak, storia vera della scoperta, da parte di un minatore di origini bosniache, di una fossa comune in cui erano stati sepolti almeno 4000 corpi di profughi
della Seconda guerra mondiale. A dispetto del titolo, non è invece una storia di guerra quella raccontata in SOLDAȚII. POVESTE DIN FERENTARI (Soldati. Una storia da Ferentari / Soldiers. Story from Ferentari) di Ivana Mladenović: ispirata alle vicende autobiografiche dell’antropologo Adrian Schiop – anche sceneggiatore e protagonista – è un Romeo e Giulietta omosessuale ambientato nella periferia rom di Bucarest: un gioco di desiderio e potere che non ha vincitori, tra un etnomusicologo timido e introverso appena scaricato dalla fidanzata e un ex detenuto che si offre di aiutarlo nelle sue ricerche. Da Bucarest al Mar Nero con l’altro film rumeno del concorso, BREAKING NEWS (Edizione straordinaria) di Iulia Rugină: Dopo la tragica morte del suo cameraman, il reporter Alex Mazilu deve realizzare un servizio sulla vita dell’uomo, attraverso gli occhi inquieti di sua figlia.

Candidato dall’Albania all’Oscar, DITA ZË FILL (Le prime ore del giorno / Daybreak) di Gentian Koçi è l’intenso ritratto di Leta, sfrattata e costretta a trasferirsi con il figlio neonato
nell’appartamento di Sophie, un’anziana signora ormai immobile a letto, a cui la donna deve fare da badante. Per difendere il lavoro e la nuova casa, Leta deve mantenere in vita a tutti i costi la vecchia signora. Dalla Russia, infine, arriva ARITMIJA (Aritmia / Arrhytmia) di Boris Chlebnikov, storia di una giovane coppia di paramedici che, fra interventi d’emergenza, pause lavorative ad alto tasso alcolico e un sistema sanitario in continua evoluzione, lotta per trovare la forza di rimanere insieme.

Altri sei, oltre ai citati Djam e L’altrove più vicino, i titoli fuori concorso selezionati come Eventi Speciali di questa edizione: a cominciare da KROTKAJA (Una creatura gentile / A Gentle Creature) d Sergej Loznica – già vincitore del Trieste Film Festival nel 2013 con Anime nella nebbia, e a cui il TSFF ha dedicato un omaggio per la prima volta in Italia nel 2011 -, che trae ispirazione da un racconto di Dostoevskij per raccontare un viaggio nell’abisso in una Russia
terra di delitti senza alcun castigo. Altro nome ben noto ai frequentatori del festival è quello dell’ungherese Kornél Mundruczó, che con JUPITER HOLDJA (La luna di Giove / Jupiter’s Moon) costruisce un thriller metaforico sulla disillusione e la fede, storia di un giovane profugo clandestino succube del suo potere di levitare, in un mondo dove i miracoli si comprano per pochi soldi…

Vincitore del Premio Venezia Classici per il miglior documentario sul cinema, THE PRINCE AND THE DYBBUK di Elwira Niewiera e Piotr Rosołowski è un appassionante viaggio cinematografico alla scoperta di un autentico Zelig che cambiava continuamente nome, religione, titolo e paese per scrivere la storia della sua vita come se fosse quella di un film. Ma chi era davvero Moshe Waks, figlio di un umile fabbro ebreo originario dell’Ucraina che morì in Italia come principe Michaeł
Waszyński? Un ragazzo prodigio del cinema, uno scaltro impostore o un uomo che confondeva cinema e realtà? Prosegue la collaborazione del Festival con il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), che a Trieste premierà A CIAMBRA di Jonas Carpignano come miglior film italiano del 2017.

Infine, la riscoperta di un “piccolo” (solo nella durata: 12 minuti) ma importante documentario, BORA SU TRIESTE, girato nel 1953 da Gianni Alberto Vitrotti: premiato alla Mostra di Venezia del 1953, il film fu il frutto di oltre due anni di lavoro, coronati da un Leone d’Argento e da un clamoroso successo internazionale.

Il Concorso internazionale Documentari propone nove titoli, tutti in anteprima italiana. Di questi, ben 4 affrontano, pur da prospettive e con accenti diversi, il mondo dello sport: OVER THE LIMIT della polacca Marta Prus offre, attraverso il ritratto della ginnasta russa Margarita Mamun a caccia dell’oro olimpico, un graffiante dietro le quinte sulla fatica fisica e mentale richiesta da una disciplina rinomata per la sua bellezza estetica; l’ungherese ULTRA di Balázs Simonyi racconta la più sfiancante delle maratone, la Spartathlon, 246 km tra Atene e Sparta da correre entro 36 ore; in WONDERFUL LOSERS: A DIFFERENT WORLD, coprodotto e distribuito in Italia da Stefilm, il lituano Arūnas Matelis ha seguito per 7 anni, durante il Giro d’Italia, i “Sancho Panza” del ciclismo professionale: portatori d’acqua, servitori, gregari, che sacrificano le loro carriere per aiutare i compagni di squadra. Tra sport (più o meno) nobili e passatempi da bar si muove PLAYING MEN dello sloveno Matjaž Ivanišin, un “catalogo” dei giochi virili dal sapore arcaico che ancora si praticano negli angoli più remoti del Mediterraneo. Due gruppi di famiglia in un interno: quello di STRNADOVI (Storia di un matrimonio / A Marriage Story) della ceca Helena Třeštíková – a cui il TSFF ha dedicato un omaggio nel 2010 -, che sin dal 1980 segue con la sua
macchina da presa la vita di Ivana e Vaclav Strnad; e DRUŽINA (La Famiglia / The Family) dello sloveno Rok Biček, già autore di Class Enemy, esempio di cinéma vérité senza sceneggiatura su un ragazzo nato in una famiglia di persone con problemi mentali che cerca di (ri)costruirsi una vita. Ed è un interno domestico, ma affacciato sulla storia con la S maiuscola, quello al centro di DRUGA STRANA SVEGA (L’altro lato di ogni cosa / The Other Side of Everything) di Mila Turajlić: la regista di Cinema Komunisto ricostruisce, attraverso una lunga conversazione con la madre, la storia dell’appartamento di famiglia, a Belgrado, “nazionalizzato” dopo la Seconda guerra mondiale. Due i film rumeni: OUĂLE LUI TARZAN (I testicoli di Tarzan / Tarzan’s Testicles) di Alexandru Solomon, su un istituto di ricerca fondato dai sovietici negli anni Venti in Abcasia,
repubblica non riconosciuta sulle sponde del Mar Nero, per creare un ibrido tra uomo e scimmia; e ȚARA MOARTĂ (La nazione morta / The Dead Nation) di Radu Jude, documentario-saggio che attraverso fotografie d’epoca e estratti dal diario di un medico ebreo, ricostruisce l’ascesa dell’antisemitismo negli anni Trenta e Quaranta.

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