lunedì, 21 ottobre 2019

Grazie, Ettore…

Grazie, Ettore…

Roma, 20 Gennaio (Laura Delli Colli) – C’è una grande emozione nel senso di lutto profondo che il cinema vive in queste giornate: 84 anni, soprattutto oggi che la vita ha perso il senso della vecchiaia anagrafica, sono pochi, pochissimi perché l’addio a Ettore Scola sia per tutti semplicemente qualcosa di ineluttabilmente naturale.

Con Scola, con Ettore come lo abbiamo chiamato tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo negli anni da vicino, abbiamo condiviso incontri non sempre solo professionali, ironia, delusioni, a volte rabbia, entusiasmo, e senza dubbio molte passioni, non solo quelle politiche che Scola non ha mai perso anche se la malinconica lucidità della sua ultima stagione rendeva spesso taglienti certe sue analisi anche sulla sinistra nella quale ha sempre militato come nel cinema.

Ettre Scola pero’ era allergico alla retorica. E allora proviamo a parlarne lasciando al suo cinema il compito e la possibilità di andare ‘oltre’. Sono i film infatti che ci lasciano vivo non solo il suo ricordo, ma quel suo invito alla resistenza a oltranza che con il rigore, l’ironia a volte caustica, la qualità della sua scrittura, prima ancora che ogni pagina prendesse vita sullo schermo, sono capitoli di una lezione di Storia, oltrechè di grande scrittura e regia. Una lezione unica nella sua capacità di fotografare gli spostamenti progressivi del costume nella società, nella famiglia, nella vita di coppia, nel confronto vitale tra le passioni politiche, dentro le ideologie certo – perché lo ‘schieramento’ personale di Scola non è mai stato un mistero –  le differenze, le ingiustizie sociali ma anche le più profonde delusioni personali e collettive di un Paese sempre nello specchio di un’attenzione che, con quei film indimenticabili, sapeva far riflettere con la semplicità di uno sguardo o di un dialogo e magari con un’esplosione di rabbia, una risata, anche una sola una battuta fulminante, su quanto il racconto della realtà fosse perfino rivoluzionario per una generazione che aveva vissuto cambiamenti profondi, dal Regime alla democrazia.

Rileggendo una delle più belle interviste di questi ultimi anni, a Maria Pia Fusco, che Scola lo conosceva bene, per la Repubblica, quello spirito esprime da sé quanto Ettore abbia amato come il cinema il suo Paese, come gli attori e i film  il rapporto con la vita reale, la quotidianità, assolutamente il presente, poco il passato. “Sì pensare al passato non è il mio impegno preferito” diceva Scola in quell’intervista. Ma, un po’ come ogni tentazione retorica, non gli piaceva molto, soprattutto in politica, neanche parlare di ‘speranza’ .

Speranza? “Ecco una brutta parola, ambigua, comporta rassegnazione. Ci sono i fortunati che sperano nell’aldilà, ma per chi non crede speranza è una parola disperata”. Un’altra parola, piuttosto, lo indignava: e molto: ingiustizia. Un tema, diceva Scola, che puo’ toccare chiunque. Con la commedia, la grande commedia, ne ha denunciate di ingiustizie: sociali, politiche, umane… E oggi? Cosa pensava del modo in cui il cinema racconta la realtà, la società, la gente?

“Vedo quasi tutti i film italiani che escono. Forse si fanno troppe commedie simili fra loro” diceva Scola in quella chiacchierata. Con le dovute eccezioni, certo. “Oggi forse le commedie parlano meno del Paese, ma – spiegava – questo compito gli autori non ce l’hanno più, perché tutto è stato già raccontato, anche grazie alla televisione. La commedia è diventata più ristretta, l’appartamentino, gli amici, il quotidiano, i sentimenti privati”.

Lo diceva con quel sorriso sornione che nascondeva come sempre il graffio. E come non immaginarlo un pò a disagio nella commedia di quegli ‘appartamentini’?

Grazie, ci rivedremo sempre al cinema.

 

Un abbraccio dai Giornalisti Sngci a Gigliola, Paola e Silvia, ai nipoti e a tutta la grande famiglia degli affetti cinematografici che saluta Ettore Scola

 

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