lunedì, 26 giugno 2017

Gere contro Trump

Gere contro Trump

Berlino, 10 Febbraio (red. Cin.) – E’ arrivato per il lancio di The Dinner di Overman in competizione, ma nella sua attesissima giornata alla Berlinale, la seconda del Festival, Richard Gere, dichiaratamente contro la politica del nuovo presidente Donald Trump, che ha incontrato – come aveva fatto George Clooney – la cancelliera Angela Merkel per parlarle del Tibet e comunque ha alzato subito il tiro contro la nuova politica americana: “La cosa più orribile che Trump ha già fatto – ha detto – è stato sovrapporre il concetto di ‘rifugiato’ a quello di ‘terrorista’. Così ora i rifugiati non sono più persone da aiutare, ma gente da cui ora siamo spaventati. E’ un vero crimine, forse il più grande crimine di Trump. E non è un caso se l’odio sociale sia già incredibilmente aumentato da quando è in giro. Dobbiamo stare molto attenti a come ci relazioniamo con gli altri, invece. E dobbiamo amarci”.

Un tema che non ha a che fare solo con Trump ma, per esempio, proprio con il film presentato alla Berlinale, tratto dal bestseller dell’olandese Herman Koch che per ben tre volte, da quando è stato pubblicato, ha ispirato il cinema: nel 2013 il regista Menno Meyjes e l’anno dopo in Italia Ivano De Matteo, che aveva presentato a Venezia la versione italiana, I nostri ragazzi, con Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Gassmann e Luigi Lo Cascio. E a proposito di odio e di violenza, ricordiamo proprio la versione italiana che poneva lo spettatore di fronte a un dilemma civile e etico: come reagiremmo se un figlio adolescente commettesse un crimine? Fino a dove saremmo pronti a spingerci per ‘coprirlo’? Un tema universale che questa volta Overman porta negli Stati Uniti, in un autentico  massacro non solo verbale che si svolge tutto intorno a una tavola imbandita da cibi raffinati, dei quali il regista offre spiegazioni lunghissime anche se dice con ironia “a mangiarli poi, quei piatti, ci si mette pochissimo”.

Come un menu è anche organizzato il film dall’aperitivo al dessert ed è in questo clima che l’onorevole Richard Gere, in corsa come governatore, con la  moglie (troppo giovane e impaziente?) Rebecca Hall, il fratello minore Steve Coogan, professore di storia reduce da una forte depressione e sua moglie Laura Linney devono affrontare la tragedia familiare che li coinvolge: i loro figli appena sedicenni, figli delle due coppie, hanno dato fuoco incoscientemente, uccidendola, ad una homeless, filmandone la morte in un video già in rete. E visto che i ragazzi non sono identificabili spetta a loro, ai genitori che hanno atteggiamenti completamente diversi, il compito di decidere cosa fare. Ne nasce un conflitto che, per dirla con Overman rivela quale realtà selvaggia si nasconda dietro la perfezione apparente  della vita Borghese.  Adattare oggi il film negli Stati Uniti è una evidente provocazione: la storia parla di razzismo, ancora una volta dei  privilegi dei bianchi, di un’antica Guerra Civile “come peccato originale della nostra cultura” dice il regista.

La versione di Richard Gere, che tra l’altro nella vita è padre di un adolescente, di fronte alla situazione raccontata nel film? “Penso che il mio personaggio rispetto al senso di protezione che anima tutti e quattro i genitori, abbia una visione più ampia sul senso etico della responsabilità di chiunque”, risponde. Ma il film parla anche di guerra civile Americana e Gere spiega: “Per voi europei è difficile capire quanto quel conflitto sia radicato nella nostra cultura. E quanto sia vivo proprio oggi da quando c’è Trump. East Cost e West Coast contro il resto d’America”.

Attenzione però: “Quando lui dice ‘l’America viene prima’, intende ‘io vengo prima’, ‘i bianchi americani vengono prima’. E questo in un mondo in cui invece gli esseri umani dovrebbero prima di tutto comunicare e prendersi cura gli uni degli altri”, chiosa l’attore.

 

 

 

 

 

Leggi anche