venerdì, 2 ottobre 2020

Genovese e il nostro lato (o)scuro

Genovese e il nostro lato (o)scuro

Roma, 4 novembre (Fr. Palm./Servizio video di Stefano Amadio) – Prosegue il viaggio di Paolo Genovese dentro l’animo umano e i suoi risvolti più nascosti e (o)scuri: dopo Perfetti sconosciuti, sulle (doppie) vite segrete contenute nei cellulari, il regista con The Place – tratto dalla serie americana The Booth at the End – fa un passo ulteriore, indagando il confine soggettivo tra bene e male, l’importanza delle scelte individuali e la lotta tra le parti (in) ombra che ognuno di noi possiede, più o meno “dormienti”.

Tutto parte da una domanda, la stessa che dà il sottotitolo al film, che ha chiuso la Festa di Roma e arriva in sala dal 9 novembre con Medusa: “Che cosa sei disposto a fare per ottenere quello che vuoi?”. A rispondere e a interrogarsi, tanti volti del cinema italiano: Marco Giallini, Rocco Papaleo, Vinicio Marchioni, Silvia D’Amico, Silvio Muccino, Alessandro Borghi, Alba Rohrwacher, Giulia Lazzarini, Vittoria Puccini e Sabrina Ferilli.

Ogni personaggio ha una sua storia, un suo desiderio, un suo “segreto”, un suo dolore, una sua frustrazione, una rivincita o un riscatto da avere, nei confronti della vita e di se stesso. E ogni personaggio interagisce con un uomo, solitario e misterioso, seduto dal giorno alla notte in un bar, con la sua inseparabile agenda e i suoi caffè, mentre aspetta di parlare con chi, man mano, gli si siede davanti. Lui chiede a queste persone di fare qualcosa, per avere in cambio ciò che vogliono, per non smettere di sperare, per credere anche nei miracoli. E chiede qualcosa di forte, di difficile, di pericoloso, di coraggioso, di estremo, anche di immorale e di brutale… ma non impossibile. L’uomo lo ripete spesso che “si può fare”, anche se non obbliga mai: a ciascuno la libertà di andare fino in fondo, di rilanciare oppure di rinunciare. Sapendo che il prezzo da pagare è alto, per stringere quello a cui anelano. Ma che tutto è nelle loro mani. Compreso – e soprattutto – il destino.

“Mi sono imbattuto in questa idea casualmente, vedendo la serie tv. E sono stato folgorato – racconta Genovese, che ha firmato la sceneggiatura con Isabella Aguilar – La difficoltà era trasformare le puntate di 12 minuti in una drammaturgia, con un centro e una fine. Ho ripreso i personaggi, togliendone alcuni e aggiungendone altri. Ho voluto arricchire i ruoli e intrecciare le storie, cambiando anche dei finali, per mettere dei punti necessari”.

A chi chiede se ha voluto spingersi oltre nella ricerca della verità, dopo il precedente film, replica: “Fare un parente di Perfetti sconosciuti non avrebbe avuto senso, ma di sicuro il filo che unisce le due opere è l’esplorazione della parte oscura delle persone e lo scavare per trovare l’anima nera. Avere successo con un film fortunato permette poi di raccontare una nuova storia come vuoi, con libertà, avendo un pubblico che si fida… e quindi ho deciso di fare un film diverso, perchè, come affermano i fratelli Taviani, ‘Non bisogna dare agli spettatori ciò che si aspettano e potrebbe piacere’. La gente va sempre stimolata”. Anche a sentire verità un po’ scomode: “Siamo portati a giudicare, anche usando i social. Il film chiede di giudicare noi stessi”, aggiunge il regista.

Ancora una volta, un cast corale: “La natura del film richiedeva la coralità, necessaria per immedesimarsi in ogni personaggio – afferma Genovese – Qui abbiamo dieci menti diverse, che possono alzare o abbassare l’asticella della moralità, in base al proprio sentire”.

Figura emblematica e chiave, l’uomo (senza nome) interpretato da Mastandrea: “E’ stato l’unico attore a restare sempre fermo nel locale, può vincere il David per la migliore scenografia!”, dice scherzando Genovese. E poi, tornando serio: “Non è definibile, non è un angelo, nè il Diavolo, nè Dio. Non agisce per un bene superiore, ma per un Io interno. Rappresenta quello che abbiamo davanti quando prendiamo scelte difficili, la parte con cui ognuno si confronta. Non interferisce, tutto è lasciato alla dimensione privata e al libero arbitrio. Ha neutralità ma pure sentimento, prova simpatia o pietà per le persone che ha di fronte”.

La parola è passata proprio a lui, Mastandrea: “Il mio personaggio ha un ruolo, che è quello di dover aiutare gli altri. E’ lo specchio di quello che chiedono, inquieto e inquietante. E vuole aiutare spronandoli, perchè la vita la cambiamo noi, da soli”.

Per Silvio Muccino, “Evoca quello che lo sguardo esclude, quel qualcosa che si pesca dal di dentro, la zona d’ombra che è come una bomba ad orologeria. Tendiamo a scappare, ma invece dobbiamo metterci a nudo, guardare quella zona e venirci a patti”.

THE PLACE – Incontro con il regista e il cast

Il regista Paolo Genovese e gli attori Valerio Mastandrea, Sabrina Ferilli, Marco Giallini e Rocco Papaleo raccontano il film e il proprio personaggio. The Place è evento di chiusura alla 12a Festa del Cinema di Roma

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