mercoledì, 18 ottobre 2017

Gassmann regista ricorda Vittorio

Gassmann regista ricorda Vittorio

Bari, 23 aprile (red.Cin) – Alessandro Gassmann torna alla regia, tra pochi giorni inizierà il suo secondo film dietro la macchina da presa come ha annunciato a Bari aprendo la masterclass che ha affollato il Teatro Petruzzelli, nella quale ha parlato di Vittorio, suo padre, al quale è dedicata quest’edizione del festival, ma ha anche ripercorso la sua carriera di attore e regista.

“Sono felice di essere tornato al Bif&st, non solo per l’omaggio che il Festival riserva a mio padre, ma anche perché proprio qui fui premiato per la mia opera prima da regista Razzabastarda” ha detto, dopo la proiezione di Il nome del figlio di Francesca Archibugi, una delle sue più premiate interpretazioni. Gassmann ha anche annunciato una seconda serie e raccontato il rapporto non facile con suo padre, che lo fece debuttare da bambino, riprendendolo dall’età di sette anni e fino ai diciassette per Di padre in figlio, presentato a Venezia nel 1982. “Quel film porta anche la mia firma, anche se io non girai assolutamente nulla. Feci il film controvoglia, alla fine papà dovette anche accelerare le riprese facendomi truccare da venticinquenne”. Poi un episodio particolarmente spiacevole: “papà volle ricostruire quella volta che, quando avevo undici o dodici anni, durante una lezione di inglese mi dette il primo e unico ceffone della sua vita. Ebbene, sul set me lo diede di nuovo, con la stessa forza, tanto che io piansi allo stesso modo. Ma in quel caso era come se stesse adottando una terapia d’urto, mi stava dicendo a modo suo: ‘benvenuto nel mondo del cinema’.

Il cinema, tuttavia, non sembrava far parte degli orizzonti di Alessandro che per sé progettava un futuro da ingegnere agrario. “Quando seppe delle mie intenzioni di iscrivermi all’Università, papà mi volle subito con sé a teatro, aveva paura che non concludessi nulla. Qualche settimana dopo debuttammo a Pistoia con ‘Affabulazione’ da Pasolini, io dovevo recitare nudo e con i capelli tinti di biondo, sembravo un incrocio tra il ballerino Truciolo e David Bowie! Per fortuna al secondo atto, al centro della scena c’era lui e il pubblico nemmeno si accorgeva più della mia presenza sul palco”.

“Ci ho messo del tempo, tuttavia, prima di capire che mi piaceva fare l’attore. Accadde – ha raccontato Alessandro- quando Pino Quartullo mise in scena prima a teatro e poi al cinema la commedia ‘Quando eravamo repressi’. Lì mi resi conto che riuscivo a far ridere, sdrammatizzando così la mia fisicità. Sapere di fare ridere mi ha fatto venire la voglia di migliorare come attore drammatico.”

L’emancipazione dal suo ingombrante cognome è avvenuta, sostiene l’attore, con “Il bagno turco”, l’opera prima di Ferzan Ozpetek. “Un film che nessuno voleva fare, il regista era sconosciuto, Marco Risi che lo produceva dovette impegnarsi casa sua, gli attori rifiutavano uno dopo l’altro di interpretare un omosessuale. Lo feci io e fu un grande successo che mi portò anche i premi”.

Com’era Vittorio? Alessandro lo ricorda come “un uomo molto rigido, severo ma anche estremamente dolce e affettuoso. Era un uomo del 1922, di origine ebraica, aveva perso il padre a quattordici anni e vissuto gli stenti del fascismo e della guerra. Riconosceva il valore di avere iniziato da zero e di non avere mai tentato scorciatoie. Pensava che fosse giusto fare sempre le scelte più faticose e questo è stato per me un grande insegnamento che applico quotidianamente nella mia vita.”Da un paio d’anni Alessandro Gassman è Ambasciatore UNHCR, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Per quest’ultima, ha realizzato due anni fa un docufilm, “Torn – Strappati” del quale è stata proiettata una clip nel corso dell’incontro e che sarà proiettato, nella sua interezza, stasera al Cinema Galleria insieme al documentario “Alessandro Gassmann. Essere Riccardo… e gli altri” di Giancarlo Scarchilli. In conclusione, un auspicio: “Nel mio futuro cercherò di non fare più brutti film, come qualche volta mi è capitato. Ma soprattutto cercherò di evitare che un giorno qualcuno possa dire: ‘C’era una volta il grande Vittorio Gassmann. Poi, purtroppo, c’era anche un figlio…”.

 

 

 

 

 

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