mercoledì, 23 agosto 2017

Fiore, l’amore tra le sbarre

Fiore, l’amore tra le sbarre

Cannes, 17 maggio (l.d.c.) – Un biglietto nascosto nel vassoio del pranzo, un rossetto proibito, perchè quando stai  ‘dentro’ è permesso al massimo un tocco di rimmel, baci rubati o forse solo a lungo sognati in quelle notti solitarie, poi un amore impossibile che si trasforma in una promessa di libertà: Claudio Giovannesi, al suo terzo film dopo Alì ha gli occhi azzurri e Fratelli d’Italia, torna prepotentemente al cinema del reale raccontando la storia d’amore di due adolescenti speciali. Il suo nuovo film è Fiore oggi alla Quinzaine des Realizatèurs dov’è stato accolto con molto affetto insieme ai suoi due protagonisti Daphne Scoccia e Josciua Algeri.

Lei ha 21 anni,lui uno di meno ma già è padre di una bambina di otto mesi e soprattutto, dopo quattro anni dietro le sbarre sogna ora solo di fare l’attore. Lei, quando l’hanno trovata, proponendole di fare il film, era una cameriera, una ragazza chiusa, molto dura con se stessa, anaffettiva ma pronta in realtà a cedere ai sentimenti anche se di sentimenti ne sa poco una che, come le accade nel film, è cresciuta con un padre in libertà vigilata. E il padre è Valerio Mastandrea che, al secondo film sulla Croisette dopo Fai bei sogni di Marco Bellocchio, stavolta rovescia il ruolo: se lì conosce il dolore di un figlio tradito dalla morte prematura della madre, un abbandono che non lo lascia per la vita,  qui affronta il ruolo di un padre che non riesce a fare il padre e quando poi si tratta di accogliere la figlia in affido per toglierla dal carcere dice semplicemente di no per non turbare l’equilibrio di una convivenza che ha il sapore per lui di un nuovo inizio, accanto alla rumena con la quale, come si dice, sta tentando di rifarsi una vi. In carcere Daphne si innamora di Josh (Josciua Algeri), che è stato appena scaricato da una ragazza che non se la sente di aspettare più. Una storia proibita, fatta di bigliettini e sguardi da lontano, perché il regolamento non consente scambi tra maschi e femmine.

“Siamo entrati subito in diretta con la realtà” racconta  Giovannesi che insieme agli autori della sceneggiatura ha vissuto in prima persona  il mondo del carcere andando ad insegnare per alcuni mesi Fiore, che arriverà in sala con BIM dal 25 maggio a Roma e Milano, e dal 1° giugno nel resto d’Italia è stato infatti pensato e poi costruito attraverso un seminario vissuti al carcece  minorile di Casal del Marmo, dove anche gli sceneggiatori (Filippo Gravino e Antonella Lattanzi) hanno fatto gli insegnanti volontari. “Molto di quello che c’è nel film, circostanze e dialoghi, viene da quell’esperienza. Anche le tante proibizioni e quei ‘no’ francamente inspiegabili –dice il regista- a cui questi giovanissimi sono sottoposti, come quella che nega alle ragazze di poter usare il rossetto”, spiega Giovannesi.

“Il carcere serve solo a rinchiuderli – prosegue il regista: ci sono sbarre, celle di isolamento, si fanno tentativi di recupero con i laboratori ma è più che altro uno spreco di soldi pubblici. I minorenni sono colpevoli di fronte alla legge ma hanno l’innocenza degli adolescenti”.

Maschi e femmine non hanno diritto di comunicare, ma “più grande è l’ostacolo, più grande è l’amore come insegna Romeo e Giulietta. Sono stati proprio I ragazzi a darci le loro lettere”. E anche i due giovani e convincenti protagonisti vengono da quell  mondo: Josciua è stato realmengte  in carcere e lì ha iniziato a fare teatro, ha 20 anni. Ha vissuto cone un recuso, seha appena riavuto il passaporto, Daphne (21 anni ma ne dimostra molti meno) è stata trovata per caso, cameriera in un ristorante di Monteverde. Per loro è stata un’ esperienza fortissima, in parte terapeutica. Oggi lei dice: “Mi sento un fiore che è sbocciato”.

Girato nel carcere non in funzione de L’Aquila, con guardie carcerarie vere (ma nel minorile non indossano la divisa) e qualche attore in alcuni ruoli come Aniello Arena, Laura Vasiliu, Francesca Riso e appunto Valerio Mastandrea (anche produttore associato insieme a IBC Movie e Rai Cinema). “Il padre di Daphne è un personaggio abbottonato e cementificato. Ma io non lo critico, i personaggi non vanno criticati mai, come Caligari insegna”, dice Mastandrea, che alla Quinzaine ha portato anche Fai bei sogni di Bellocchio. “L’ho scelto perché serviva un attore che avesse un livello di verità altissimo”, conclude Giovannesi. E lui, indubbiamente,ce l’ha.

 

 

 

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