martedì, 26 settembre 2017

Faenza e il caso Orlandi

Faenza e il caso Orlandi

Roma, 29 settembre (Fr. Palm.) – Scavare nelle storie irrisolte e nei misteri delle cronaca in attesa di risposte fa parte dell’indole e del cinema di Roberto Faenza, che dopo il libro su Kennedy, l’opera americana Copkiller e la fiction sul delitto di via Poma, si è avvicinato al caso di Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno 1983, con La verità sta in cielo, riportando l’indice su una pagina italiana molto (o)scura, che coinvolge Vaticano, istituzioni e malavita.

Il film, nelle sale con 01 dal 6 ottobre, prodotto da Elda Ferri, è interpretato da Riccardo Scamarcio, Greta Scarano, Maya Sansa, Valentina Lodovini e Shel Shapiro.

Faenza, con un lavoro approfondito di documentazione, ha ricostruito la cronologia dei fatti: l’ultimo giorno in cui fu vista la 15enne cittadina vaticana, figlia di un messo pontificio, il coinvolgimento della Chiesa che fece rapire la ragazza da Enrico De Pedis, detto Renatino, in quel tempo boss di spicco della criminalità della capitale, le indagini di una giornalista di “Chi l’ha visto?”, Raffaella Notariale, che si mise sulla tracce dell’amante di De Pedis, carpendo preziose informazioni, le indagini che girarono a vuoto per anni, tra ipotesi e depistaggi, fino all’archiviazione. Papa Bergoglio, alla famiglia di Emanuela che tutt’oggi chiede giustizia, disse che la ragazza “sta in cielo”, ossia che è morta. Ma nessun dossier è mai uscito dai palazzi del Vaticano, nessun corpo è stato mai ritrovato e nessun colpevole è stato punito. La ferita resta, dunque, ancora aperta. Insabbiata dentro omertà, segreti e tante, tantissime ombre.

“Da più di 30 anni, questa storia con scabrose ramificazioni ancora attuali attende di essere portata all’attenzione del pubblico internazionale – afferma Faenza – Fino ad ora nessun pontefice ha mostrato le carte del caso Orlandi, ma Papa Francesco ha mosso i primi passi ed è probabile che altri ne seguiranno. Per questo, siamo convinti che il film arrivi al momento giusto”.

Il regista, nel raccontare la vicenda, non ha romanzato la realtà e ha scelto uno stile quasi documentaristico: “Ci sono alcuni fatti inventati, ma tutto è basato su cose avvenute – spiega – Io le ho solo elaborate, partendo da prove e indizi”. Che polemiche e attacchi possano arrivare, da più parti, dato il tema così “caldo”, è da mettere in conto: “Ne sono consapevole, su Internet mi hanno dato del bugiardo e i fratelli di De Pedis vorrebbero bloccare il film, ma non ho ricevuto minacce, o almeno, non di più di quelle avute quando feci il film su Don Puglisi – dice Faenza – Quanto al Vaticano, non si tratta di un attacco, io ho rappresentato due Chiese, anche quella buona, con un personaggio ispirato al Cardinal Martini”.

Numerose, e intrecciate tra loro, le figure che hanno ruotato intorno a questo caso, dal monsignor Marcinkus al banchiere Calvi, fino ai Servizi segreti. Tra tutte, centrale è quella di Sabrina Minardi, la donna di De Pedis, ritenuta non sempre attendibile per il suo passato da tossica, ma “la più interessante dal lato umano”, secondo Faenza: “Potrebbe aver mentito, ma è per me un personaggio shakespeariano, che scende negli Inferi e si associa con la malavita”. Proprio la malavita ha avuto un forte peso in questo mistero, ma Faenza ha preso le distanze da quella narrata in Romanzo criminale: “E’ tutto l’opposto – dichiara – La Banda della Magliana non era così forte e strutturata e De Pedis non ne faceva parte, anzi, era nemico. A dettar legge era la Banda di Testaccio, che faceva capo a lui, ma non si è mai detto perchè significa toccare sfere troppo ‘in alto’ e manca il coraggio di fare nomi e cognomi. Noi, invece, ci siamo presi i nostri rischi”.

De Pedis ha il volto di Scamarcio: “Renatino nel film appare diverso da come lo conosciamo, ossia più stratega – sottolinea – Si vedono le sue peculiarità e caratteristiche, come il fatto che non si drogasse per essere lucido per controllare tutto. È il De Pedis raccontato dalla Minardi, torniamo indietro nel tempo e lo vediamo nel privato, come era come lei. Di fatto ha organizzato il rapimento e quindi ha un ruolo chiave, ma il movente resta non chiaro e c’è qualcosa che continua a sfuggire. Il film fa capire che c’è qualcuno conosce la verità e sarebbe bello, nel rispetto di una ragazza innocente, che i familiari abbiano una risposta”.

Greta Scarano ha interpretato la Minardi sia nel passato, sia nel presente, sottoponendosi a un lungo lavoro di trasformazione fisica: “Per fare il trucco servivano 6 ore, ma volevo a tutti i costi essere lei anche a 50 anni – racconta – L’ho vista nei video e nelle interviste della Notariale, che sono state come un Vangelo per me, perchè mi hanno fatto capire chi fosse e la sua vita assurda. E’ stata fondamentale perché ha rilasciato dichiarazioni in un periodo in cui era caduto un silenzio imbarazzante”.

Nel ruolo della giornalista di “Chi l’ha visto?”, Valentina Lodovini: “Raffaella rappresenta l’Italia che non si arrende e vuole sapere – dice – Dobbiamo essere grati ai giornalisti d’inchiesta come lei, che ha lavorato al caso di Emanuela per anni, subendo anche minacce. Ha avuto il merito di aver intuito che se avesse seguito la Minardi sarebbe poi arrivata da qualche altra parte. E così è stato”.

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