martedì, 17 maggio 2022

Everett: “Racconto Wilde contro l’omofobia di oggi”

Everett: “Racconto Wilde contro l’omofobia di oggi”

Roma, 10 Aprile (Viola Brancatella)- “Prima di Oscar Wilde di omosessualità neanche si parlava, è proprio la sua storia, che continua a dare anche a me e la forza di resistere ai pregiudizi e combattere per la libertà sessuale”: Rupert Everett lo aveva detto a Berlino e lo ha sostenuto, con forza, di nuovo oggi a Roma, presentando alla stampa italiana The Happy Prince. L’ultimo ritratto di Oscar Wilde. È il film dedicato al grande scrittore che Everett ha scritto e diretto dopo molti anni di difficile preparazione, e del quale è protagonista, in uscita dal 12 Aprile in sala: non solo un semplice biopic ma una grande storia “tragica e romantica”, come dice l’autore, che The Happy Prince racconta gli ultimi anni della vita di Oscar Wilde. Tra Parigi e Posillipo, povero in canna e solo, fuori da quella società intellettuale e borghese che lo aveva amato per anni ma lo allontana dopo il processo la condanna per sodomia a due anni di lavori forzati.
Wilde, secondo Everett , è un personaggio fortemente attuale: “Un uomo distrutto perché omosessuale, che oggi potrebbe trovarsi in Russia, Jamaica, India, Cina e anche in Italia, a causa di quell’atteggiamento omofobo sempre più diffuso che si fa sentire anche in Europa”. Dice ancora: “In questo film ho messo tutto me stesso, non avrei potuto fare di più” The Happy Prince. L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, quasi dieci anni di complessa preparazione contro ogni censura e tra mille difficoltà, è stato girato prevalentemente in Germania, Belgio e Italia, sulle orme delle ultime, inquiete peregrinazioni di Wilde. Nel cast, tra gli altri, accanto a Rupert Everett, Colin Firth – anche coproduttore del film – nel ruolo dell’amico Reggie Turner, Emily Watson che interpreta la moglie Constance Holland, poi Tom Wilkinson, Colin Morgan e Edwin Thomas.
Rupert Everett ha scelto di misurarsi con Wilde, una delle figure letterarie più iconiche dell’Ottocento, perennemente in lotta con il senso comune e con l’omofobia del suo tempo, dopo aver preso parte allo spettacolo teatrale The Judas Kiss, poi ai film ispirati alle pièce di Wilde Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernest di Oliver Parker,. “Oscar per me è stato una fonte di ispirazione, negli anni ‘80 e ‘90, e continua a esserlo, soprattutto nel mondo del cinema che è aggressivamente eterosessuale”, ha detto il regista, facendo riferimento alla sua giovinezza londinese, negli anni ‘70, quando l’omosessualità aveva appena smesso di essere un reato. Lo stigma dell’omosessualità, oltre a essere uno dei temi ricorrenti di Everett, soprattutto dopo il coming out pubblico che ha segnato il suo distacco da Hollywood, è il tema portante del film che ha diretto. Oscar Wilde, infatti, come il film ricorda, negli anni successivi alla pubblicazione de Il ritratto di Dorian Gray finisce in carcere ai lavori forzati con l’accusa di sodomia da parte del marchese di Queensberry, il padre di ‘Bosie’, il suo amante Alfred Douglas.
Devastato dalla condanna morale degli inglesi, Wilde, dopo la scarcerazione, si rifugia a Napoli e in Francia durante gli ultimi anni della sua vita, accompagnato proprio da Bosie, poi dai suoi amici Reggie Turner e Robbie Ross, mentre la moglie Constance si ammala e lentamente si spegne.
Tra i ricordi traumatici della prigionia, il disprezzo verso l’Inghilterra e la sua ipocrisia, il senso di colpa verso moglie e figli e il desiderio recondito di diventare cattolico: Wilde, l’irlandese snob ed egocentrico che ha sfidato la morale vittoriana, è in esilio autodistruttivo e si consuma, ma, come ricorda Everett, “Oscar Wilde non era inglese, tutti se ne dimenticano, e per questo guardava all’establishment con un occhio vigile, da straniero. Anche se – per quanto gli inglesi lo abbiano distrutto dopo quelle accuse di sodomia – fu da solo causa della sua rovina, querelando per primo il padre di Douglas”.
E il suo rapporto con la Chiesa cattolica? Proprio all’insegna dell’immedesimazione con la figura del Cristo cattolico, Oscar Wilde vide “nel sacrificio una possibilità di rinascere” ha spiegato ancora Rupert Everett sottolineando che, in realtà, “Oscar Wilde ha flirtato con la Chiesa cattolica per tutta la vita e anche quando ha avuto l’occasione di sfuggire alla prigionia non l’ha fatto: ha preferito restare e scendere nell’abisso, per poter rinascere, come si legge nel suo ‘De Profundis’. Un testo che la Chiesa cattolica dovrebbe leggere e che mi sta a cuore, perché sono cresciuto all’interno di questa fede”. Ma il ritratto del ‘principe felice’ di Rupert Everett non è soltanto lirico e apologetico, anzi: “Oscar era un vero game player, gli piaceva giocare con le persone – ha detto l’attore – era una star che aveva bisogno di stare al centro dell’attenzione, tendendo a fagocitare gli altri: metteva contro Bosie e Ross, ma questo era uno dei suoi lati pericolosi e dolci allo stesso tempo”, una di quelle caratteristiche che Everett ha condensato in un ritratto umano e intimo, lontano dalla tentazione di un film iconico e monodimensionale. Un personaggio “tenebroso come il poeta Verlaine”, che, avvolto nelle atmosfere fumose e nebbiose dei quadri di Monet, Toulouse Lautrec e delle foto di Brassaï, cui Everett si è ispirato, sfila, nel film, insieme ai suoi amori di tutte le età sui boulevard, nei bar di Parigi, nelle bettole napoletane, esule derelitto, in cerca di qualche soldo per bere.
Ma oltre all’eccentricità poetica e all’amore incostante di Oscar, nel film emerge, come contraltare, la devozione di Robbie Ross, l’alter ego maschile della moglie Constance, il vero personaggio riabilitato di questo film, ”la personificazione dell’amore, il personaggio più importante, perché Oscar pensava di amare Douglas, mentre amava Ross – ha detto il regista – Robbie era colui che si occupava di Oscar a ogni costo, che gli ha fatto resuscitare la carriera e accanto al quale Oscar è sepolto”. Quanto a Bosie, il giovane Antinoo che ha spezzato in due la vita di Wilde, Everett l’ha immaginato pensando a Tadzio di Morte a Venezia di Visconti, uno dei suoi film preferiti, al cui stile si è ispirato per i costumi, le scenografie, il trucco e il parrucco, ricorrendo agli italiani Maurizio Millenotti, Gianni Casalnuovo, Luigi Rocchetti e Francesco Pegoretti.
A presentare il film insieme a Everett, anche il distributore Nicola Maccanico di Vision e Carlo Degli Esposti di Palomar, con cui l’attore sta lavorando alla serie tv Il nome della rosa, ispirata al best seller di Umberto Eco, in cui veste i panni dell’inquisitore Bernardo Gui. Ma è a Wilde che soprattutto pensa in questi giorni, lanciando il film, Rupert Everett che di Wilde ama, e cita, soprattutto questa frase: “Siamo tutti nella fogna ma qualcuno da lì sotto guarda le stelle…”

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