lunedì, 21 ottobre 2019

Dio ‘meschino’ da commedia

Dio ‘meschino’ da commedia

Roma, 23 novembre (Francesca Pierleoni) – Un Creatore meschino e vendicativo, di casa in Belgio, è il protagonista, interpretato da Benoit Poelvoorde, della commedia ironica e surreale  Dio esiste e vive a Bruxelles, di Jaco Van Dormael in sala dal 26 novembre in 70 copie con I Wonder Pictures e Unipol Biografilm. Un film quantomai d’attualità visto l’allarme per il terrorismo islamico in Belgio. Fatti di cronaca su cui il regista,  protagonista nel pomeriggio anche di un incontro con Piera Detassis nell’ambito di CityFest, è pronto a un commento: “Quello che succede a Bruxelles non ha niente a che fare con la religione e tutto a che fare con la stupidità, e con la smania di controllare, usando il nome di Dio, il potere, il territorio, il petrolio, i soldi. La
religione è utilizzata per fare la guerra e convincere ragazzi dotati di pochi neuroni a farsi esplodere”.

 

Nella commedia viene riletto in chiave politicamente scorretta un dio di tradizione giudaico-cristiana: trasandato e in vestaglia, dopo aver iniziato la Creazione, millenni prima, proprio dalla cupa e grigia Bruxelles, oggi, auto recluso in un piccolo appartamento nella capitale belga, si diverte con il suo computer a inviare sciagure, inventare migliaia di leggi della sfortuna universale e trattare male la moglie, anche lei Dea ma sottomessa (Yolande Moreau), e la figlia
di 10 anni, Ea (Pili Groyne). La bambina però decide di ribellarsi e di scappare, con l’aiuto a distanza del fratello maggiore Gesù, detto JC, per dare vita a nuovo Nuovo Testamento 2.0. Dopo aver inviato a ogni essere umano via sms la data della propria morte, per liberare tutti dalla paura più grande, accompagnata da Victor, senzatetto
‘arruolato’ come evangelista, si mette alla ricerca di sei nuovi apostoli. La scelta cade, fra gli altri, sull’aspirante assassino Francois (Francois Damiens), l’erotomane Marc (Serge Lariviere) e la ricca Martine (Catherine Deneuve), che scopre un inconsueto primo amore.

 

”Scrivendo il film non cercavo di essere provocatorio, ma poi mi hanno sconvolto le immagini in tv delle marce contro il matrimonio gay, con bambini che portavano croci – dice il regista -. E durante il montaggio sono successi i fatti di Charlie Hebdo. Così ci siamo detti di quanto fosse importante portare avanti l’utopia di poter ridere di
tutto con tutti, sperando di esorcizzare certi temi, anche con il rischio di suscitare reazioni. Certo se vivessi a Teheran non avrei potuto farlo”. Per par condicio, “reciterò presto in una trilogia – aggiunge scherzando Poelvoorde, belga, star anche del cinema francese – ‘Allah non sa guidare’, ‘Allah spreca l’aria condizionata’ e ‘il frigo di Allah puzza”, “iniziamo a girare la prossima estate” interviene l’amico Van Dormael. L’idea di ambientare il film nella sua città, Bruxelles, ”è nata subito, non potevamo scegliere grandi e belle città come Roma, Venezia, New York… ne serviva una grigia, piovosa, piena di ingorghi. E i miei amici l’hanno trovata l’ambientazione più giusta, visto che è da lì vengono tutte le rotture”. Nella storia ogni cambiamento positivo arriva dalle donne: ”Non sono credente ma sono stato educato come cattolico e mi ha sempre stupito come nelle Sacre Scritture ci siano pochissime frasi di
donne. Sembrano scritte da uomini per gli uomini. Nel film non si parla di religione, ma di famiglia, società e politica. Dio rappresenta l’autorità, la paura, la punizione, la figlia Ea invece l’assenza di punizione, la felicità vissuta nel presente”.

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