mercoledì, 23 agosto 2017

Di Palma e i suoi colori

Di Palma e i suoi colori

Lido di Venezia, 6 settembre (Fr. Pierl.) – Un uomo, geniale, rigoroso, discreto, pieno di humour libero: è Carlo Di Palma, il grande direttore della fotografia scomparso nel 2004, che viene raccontato dal documentario, presentato a Venezia Classici Acqua e Zucchero, Carlo di Palma, i colori della vitadi Fariborz Kamkari.

Un percorso fra i suoi oltre cento film da direttore della fotografia, più i suoi da regista e i tant i documentari, da Rossellini a Bertolucci, da Antonioni a Woody Allen, che prende forma grazie a straordinarie foto sul set e fuori, interviste d’archivio a di Palma che si racconta, e soprattutto con le conversazioni inedite  (ne ha raccolte 67 in 10 anni, non tutte presenti nel film, ma potrebbero essere integrate per  una versione televisiva) della produttrice Adriana chiesa, compagna del direttore della fotografia negli ultimi 30 anni della sua vita.

Dialoghi che hanno coinvolto cineasti e protagonisti del mondo del cinema che hanno lavorato con il grande autore della luce ma anche quelli che l’hanno profondamente ammirato, come Mikhalkov, Wenders (‘’ha fatto film che sono alla base della mia educazione’’), Ken Loach, Mira Nair, Volker Schlondorff.

Figlio di una fioraia che ‘’mi ha fatto vivere fin da piccolo in mezzo ai colori’’ spiega di Palma in un’intervista, è entrato nel mondo del cinema grazie al padre, che riparava macchine da presa e al fratello, capo elettricista agli Studi Safa Palatino. ‘’La prima macchinetta fotografica gliel’ha regalata papà’’ ricorda Christian de Sica. A 15 anni era già sul set come addetto alla messa a fuoco in Ossessione di Visconti ha fatto tutta la gavetta negli anni del Neorealismo, fino a diventare direttore della fotografia. ‘’da studenti di cinema passavamo alla moviola film a cui aveva lavorato come Divorzio all’Italia, per capire come avesse reinventato la luce’’ spiega Mikhalkov.

Tra i sodalizi fondamentali quello con Antonioni, per cui ha ridefinito l’uso dei colori, fra gli altri, in film come Deserto rosso e Blow up. ‘’Carlo è stato una pedina fondamentale per il cinema di Michelangelo, avevano la stessa idea di spazio, colore e luce’’ spiega Enrica Antonioni. Secondo Scola, che l’ha voluto, fra gli altri, per Dramma della gelosia, ‘’Di Palma sapeva catturare nella fotografia l’anima della scena’’. Nel cinema ‘’ Storaro è una moglie, Carlo Di palma un amante, visto che abbiamo potuto fare insieme un solo film (La tragedia di un uomo ridicolo). Era un uomo di un’infinita eleganza’’. Woody Allen , che ha fatto con Di Palma 12 film, da Hannah e le sue sorelle a Harry a pezzi, intervistato nella sua sala di proiezione, ‘ lo definisce intelligente, molto spiritoso, er molto facile lavorare con lui. In tanti anni insieme non c’è mai stato nulla che non sia riuscito a fare sul set’’.

Adriana Chiesa ha cominciato a fare le interviste ‘’nel 2006 e infatti ho anche le testimonianze di tanti grandi che non ci sono più come Scola, rosi, Lizzani, Barreto. Poi nel 2011 ho coinvolto di Fariborz Kamkari, perché ho pensato mi servisse un occhio più distaccato sul materiale, io ero troppo coinvolta emozionalmente e sentimentalmente’’ dice sorridendo -. Lui ha trovato l’inquadratura giusta. Attraverso i film di Carlo vediamo tutto il migliore cinema italiano, quello a cui tutti fanno ancora riferimento’’. Tutti gli intervistati ‘’ hanno dimostrato verso di lui un affetto vero’’.  Carlo ”era un uomo semplicissimo, non ha mai accettato compromessi. Voleva la libertà di scegliere cosa fare, non gli interessava il denaro. E’ un esempio anche per i giovani su come ci si debba dedicare con passione al proprio lavoro, dandosi totalmente ed essendo rigorosi’’.

Il documentario ‘’è la mia lettera d’amore e ringraziamento a Di Palma, spiega Kamkari,  regista iraniano che ha realizzato gran parte dei suoi film in Italia – perché se mi trovo a fare questo lavoro è grazie all’amore per quel cinema, di cui Di Palma era uno dei protagonisti’’. Dall’inizio ”era importante per me non fare un film biografico , ma presentare il suo rigore, la sua ricerca della perfezione, il suo considerare il cinema come un’opera d’arte, non solo un mestiere’’.

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