domenica, 11 dicembre 2016

Debutto d’autore per McGregor

Debutto d’autore per McGregor

Roma, 3 ottobre (Fr. Palm.) – Ha mirato in alto Ewan McGregor per il suo debutto dietro la macchina da presa: l’attore ha infatti deciso di trasformare “American pastoral” di Philip Roth, vincitore del Premio Pulitzer, in un film, da lui anche interpretato, al fianco di Jennifer Connelly e Dakota Fanning. A portarlo nelle nostre sale dal 20 ottobre, dopo l’anteprima alla Festa di Roma che già conta il tutto esaurito, è Eagle Pictures.

“Lo trovo un romanzo straordinario – esordisce McGregor davanti ai giornalisti che in tanti sono venuti ad ascoltarlo e intervistarlo – Non l’avevo letto, ho avuto tra le mani direttamente l’adattamento di John Romano, che mi ha fatto piangere. Forse perchè sono padre di quattro figlie e la storia mi ha molto coinvolto”.

Al centro della vicenda c’è un uomo, soprannominato “Lo Svedese”,  che da giovane ha avuto la fortuna di sfiorare una vita perfetta: è stato campione nello sport, ha sposato una donna bellissima, è andato a vivere in campagna in una splendida casa, è diventato genitore. Ma proprio sua figlia, che tanto ama, crescendo gli dà il suo più grande dolore: da adolescente inizia a ribellarsi alla famiglia, a schierarsi politicamente contro la guerra e a compiere un atto terroristico, facendo anche delle vittime e poi scappando, senza più dare notizie. Lo Svedese, che con i suoi traguardi ha incarnato il sogno americano, in cosa ha sbagliato con lei? Un padre può mai rassegnarsi a perdere una figlia e lasciarla andare?

“Il film esplora il momento del dopoguerra, quando la generazione di chi ha creduto nel sogno americano si scontra con quella degli anni ’60 e del Vietnam – spiega McGregor – Ci possono essere dei parallelismi con il nostro presente e con il terrorismo, ma nelle mie intenzioni non c’era la volontà di farlo. Volevo concentrarmi sullo scontro generazionale, questo mi interessava”.

Inevitavile domandare cosa ha preso o imparato dai registi da cui è stato diretto: “Faccio l’attore da 25 anni e ho lavorato sia con i registi più grandi, sia con quelli meno bravi. Mi è servito a capire che non esiste un modo giusto o sbagliato di fare questo mestiere, tutto dipende dalla personalità, dalla collaborazione e dalla magia che si crea sul set. Doyle, ad esempio, che mi ha ‘iniziato’, mi guardava molto e per un attore è importante essere guardato e seguito dal proprio regista”.

La sua esperienza è stata totalmente appagante, dice fiero: “Mi ha cambiato radicalmente la vita. Ho curato tutte le fasi, dalla scrittura alla post produzione, passando per i contatti creativi con scenografo, costumista e truccatori. Sono stato al centro e ho dovuto anche gestire le paure degli altri, come quelle dei produttori. Avere questi rapporti arricchisce, così come il costruire le scene insieme agli attori. Insomma, non potrei essere più felice, sono cresciuto non solo professionalmente, ma anche umanamente”.

 

 

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