lunedì, 16 dicembre 2019

D’Amore, nell’Immortale Ciro Di Marzio confliggono orrore e bellezza

D’Amore, nell’Immortale Ciro Di Marzio confliggono orrore e bellezza

Roma, 2 dicembre (Fr. Pierl) – La vita come una condanna: è il destino di Ciro di marzio, boss e killer di camorra incarnato nella serie Gomorra da Marco D’Amore, che ritorna, un’altra volta della morte (o quasi) che sembrava avesse messo il punto nel suo tormentato percorso alla fine della terza stagione della fiction. Una ‘resurrezione’ che avviene in L’immortale, dove l’attore casertano debutta anche come regista, firmando un film, in arrivo dal 5 dicembre in 450 copie con Vision Distribution (anche coproduttore con Cattleya), che fa da ponte alla quinta stagione (con ovvio ritorno del suo personaggio), in arrivo nel 2021.

La storia riprende da dove l’avevamo lasciato: la sua uccisione (invocata da lui stesso) ad opera dell’amico fraterno e compagno di Genny Savastano (Salvatore Esposito, che prima di tornare sul set di Gomorra ha l’impegno in Usa della quarta serie di Fargo) che gli spara. Gettato nel Golfo di Napoli, Ciro, sopravvive miracolosamente e inviato in segreto da Don Aiello a organizzare un nuovo traffico di droga in Lettonia. Una nuova missione che si ricollega all’inizio del suo viaggio in quel mondo ‘di mezzo’ percorso da Ciro bambino (Giuseppe Aiello): sopravvissuto appena nato al terremoto dell’80 elo ritroviamo pochi anni dopo ‘scugnizzo’ di strada con una banda di ladruncoli capitanata dal 20enne Bruno (Giovanni Vastarella ) che sogna di diventare un boss. Un padre ideale che ritrova tra i ‘magliari’ in Lettonia arruolati da Ciro come soldati.

“E’ una storia piena di conflitti, miserie, paure – spiega D’Amore, anche cosceneggiatore con Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Francesco Ghiaccio e Giulia Forgione -. Un giorno confrontandomi con un grande criminale, mi disse che l’errore più grande è pensare di non avere paura, invece ‘ce la faccimm sott’. Il mio personaggio si confronta con la paura di non sopravvivere e essere scoperto, io invece con quella di affrontare un percorso pericoloso e non soddisfare il pubblico. Per diventare immortali, in questa storia, bisogna superare anche la logica, ed è quello che abbiamo fatto noi”. Ciro “è fatto di polvere e deità, in lui confliggono orrore e bellezza”.

Nel film “si racconta anche un periodo preciso della storia di Napoli – aggiunge D’Amore, che il 4 dicembre sarà a Sorrento per ricevere alle Giornate Professionali il premio Anec Premio Coccia attribuito ai registi esordienti -. Negli anni ’80 c’erano circa 250 mila famiglie che campavano in città con il contrabbando, una criminalità anche piratesca. E alcune di quelle persone sono passate alla camorra, come assoldati e associati. Tuttavia ci interessava soprattutto raccontare la povertà, una Napoli in cui la ricostruzione non è mai veramente avvenuta, in cui prosperava la speculazione, e per strada trovavi, come era successo nel dopoguerra, orde di ragazzini. Il percorso del protagonista è legato alla vita e alla sopravvivenza; di Ciro bambino io sono coetaneo, certe cose le ho viste e volevo raccontarle”. D’Amore non si è mai “sentito un attore tout court. Non ho mai sognato i personaggi, sono ossessionato invece da storie e temi, e ho sentito che dietro questo personaggio c’era ancora un’indagine da fare. E’ un personaggio che ho nel cuore e nella testa e che porta per me sempre più avanti l’asticella della difficoltà”.

Per il produttore Riccardo Tozzi L’immortale, “che è nata da un’intuizione di Marco è un’operazione completamente nuova, in genere si fa il film dopo la serie come abbiamo visto recentemente con Downton Abbey. Qui invece abbiamo pensato a una cosa più complessa, un film che dialoga con la serie e facendolo la cambia. E’ un tentativo nuovo di tenere in piedi i due linguaggi ma in autonomia”. Ora per la quinta stagione di Gomorra “siamo in fase di sceneggiatura, dovremmo iniziare a girare ad aprile”. Ogni stagione “riapre il racconto e viene pensata come la prima e l’ultima”.

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