domenica, 20 agosto 2017

Dall’ultima spiaggia alla Croisette

Dall’ultima spiaggia alla Croisette

Cannes, 11 maggio – Una grande lezione di diplomazia ma anche di umanità in un’Europa dove i muri continuano ad essere muri e fermano l’idea della libertà… anche se le persone li superano spesso con i loro comportamenti e se in un posto singolare come una spiaggia di Trieste creano una divisione con la quale le persone sono (pericolosamente?) conciliate . E’ il senso de L’ultima spiaggia, un film di oltre due ore, prodotto da Mansarda Production (Italia), Fantasia Ltd (Grecia) e Arizona Productions (Francia) con Rai Cinema, in coproduzione con Greek FilmCentre.

E’ il racconto firmato da due registi, un greco e un triestino, di un anno trascorso in una spiaggia popolare a Trieste, dove un muro alto tre metri separa ancora oggi gli uomini dalle donne. Una riflessione sui confini e le identità ma anche una tragicommedia sulla natura umana, dicono le note di regia sulle quali riflettono a Cannes i due autori, Thanos Anastopoulos  e Davide del Degan, che lo hanno girato q auatro mani perché, come spiegano, hanno trovato insieme in un approccio condiviso un modo comune per raccontare una storia e un’umanità ‘diversa’.

Thanos Anastopoulos  è nato ad Atene e vive tra l’Italia e la Grecia. Il suo primo lungometraggio, Atlas – All the Weight of the World, è stato presentato nel 2004 al Festival di Rotterdam; con il successivo, Correction, ha partecipato alla Berlinale nel 2008 e ha rappresentato la Grecia agli Oscar; nel 2013 ha diretto The Daughter, selezionato alla Berlinale e al Festival di Toronto. Ha inoltre prodotto i film Homeland di Syllas Tzoumerkas (2010), presentato alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia, e Amnesty di Bujar Alimani (2011), vincitore del CICAE Award alla Berlinale. Davide del Degan è nato e cresciuto a Trieste, dove ha coltivato la passione per il cinema iniziando a collaborare con molte produzioni cinematografiche in qualità come assistente alla regia. Ha esordito come regista nel 2001 con il cortometraggio A corto d’amore, cui segue nel 2004 Interno 9, vincitore del Globo d’Oro poi candidato al David di Donatello.

Tra gli altri suoi film, è del 2011 Habibi, Nastro d’Argento, candidato poi anche al Globo d’oro. L’ultima spiaggia, proiezione speciale nella selezione ufficiale del Festival, racconta un luogo il cui nome ufficiale è Bagno comunale “La lanterna”, ma per tutti, a Trieste, è semplicemente “el Pedocìn”, una spiaggia popolare, in pieno centro, divisa in due da un muro alto tre metri. Da un lato gli uomini, dall’altro le donne.
”Un mondo a parte, un’isola sospesa nel tempo, affacciata su un mare che divide e unisce, allargando i confini che così si confondono e si mescolano, nello stesso modo in cui si sono mescolati qui italiani e serbi, greci e sloveni, ebrei e tedeschi, austriaci e americani…” come spiegano nelle loro note di regia.

Per un anno i due autori hanno frequentato lo stabilimento: d’inverno, con i pochi bagnanti, soprattutto uomini, che qui riempiono le proprie giornate; in primavera, con il sole che si scalda e la spiaggia che inizia a rianimarsi; d’estate, con la folla e i bagnini che cominciano il loro lavoro sotto il controllo vigile delle donne; fino all’autunno, quando si recuperano le boe e si tira un bilancio degli ultimi mesi, ci si dà appuntamento all’anno prossimo e si ricorda chi non ce l’ha fatta. Il 30 settembre, per la festa annuale di fine stagione, si apre il cancello del muro. “E uomini e donne” proseguono le note di regia dei due autori “si preparano: cibo, vino, canzoni, allegria. A mezzogiorno in punto il muro si apre, tra l’indifferenza generale, e sorprendentemente nessuno passa da una parte all’altra…

In una città dove le barriere anche simboliche si sono sgretolate, quello del Pedocìn è un muro che resiste perché, paradossalmente, non divide ma preserva la libertà di uomini e donne. E ci aiuta a riflettere sul concetto di identità e a comprendere meglio quei “muri mentali” che, più o meno consapevolmente, Trieste, più di altri luoghi  ha ereditato dalla storia del Novecento.

 

 

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