lunedì, 21 ottobre 2019

Dal Leone d’Oro alla sala

Dal Leone d’Oro alla sala

Roma, 12 gennaio (Francesca Palmieri) – C’è anche un po’ di Pasolini in Ti guardo (Desde allà) di Lorenzo Vigas, che all’ultima Mostra di Venezia ha portato per la prima volta in America latina il Leone d’Oro e ora approda nelle sale, dal 21 gennaio, grazie a Cinema, la nuova società di distribuzione di Valerio De Paolis. E’ lo stesso regista venezuelano – che ha diretto Alfredo Castro, già apprezzato interprete di Pablo Larrain, insieme al giovane attore non professionista Luis Silva – a dire di aver “amato tutti i film di Pasolini, un riferimento importante con Mamma Roma e Accattone per quanto riguarda la tematica della mia pellicola”.

Sembra infatti di riconoscere scorci del suo cinema nelle situazioni descritte, negli sguardi dei personaggi e nel contesto della periferia di Caracas, dove è ambientata la storia di Armando e Elder, che rappresentano due mondi opposti uniti però dallo stesso tormento. I due sono al centro di un legame particolare e in qualche modo “proibito”: Armando è un uomo incapace di relazionarsi con gli altri, con un rapporto irrisolto con il padre, che paga ragazzini per i suoi bisogni sessuali ma senza avvicinarsi mai, nè toccarli; Elder è un adolescente di strada cresciuto senza un padre, dalla vita sbandata, che all’inizio respingerà l’anziano ma poi vedrà in lui un punto di riferimento e qualcuno disposto a dargli le attenzioni che non ha mai ricevuto.

Oltre a Pasolini, altri riferimenti del regista – che è partito da un racconto scritto con Guillermo Arriaga che ha partecipato al film anche come produttore – sono stati “Bresson per il piano formale, i non detti e l’assenza di sentimentalismo, ma anche l’Haneke de La pianista, che parla di una persona che non sa avere una relazione emotiva ed affettiva”.

Forte è stata l’interazione con gli attori, racconta poi Vigas: “Castro si è subito innamorato del progetto e ho sviluppato il personaggio con lui, che era perfetto per vestire i suoi panni. I suoi suggerimenti lo hanno arricchito, sono stati fondamentali. A Silva, invece, come agli altri non professionisti, non ho fatto leggere la sceneggiatura e davo le battute poco prima delle riprese. Ho scelto questo metodo perché volevo che i non attori non avessero tempo di razionalizzare i dialoghi, perdendo così la loro freschezza. E’ stato rischioso ma interessante, ha comportato improvvisazione e cambiamenti sul set proposti dai protagonisti che hanno dato un contributo rilevante”.

Il racconto, che procede secondo il punto di vista di Armando, rispecchia la realtà di Caracas: “Ci sono tanti ragazzi come Elder e tante madri che preferiscono avere figli assassini ma non omosessuali – afferma il regista – Il film deve ancora uscire in Venezuela e sono ansioso della reazione del pubblico, immagino sarà accesa perchè mette il dito nella piaga di problematiche che sono ancora un tabù, come l’omofobia. Prevedo polemiche ma credo sia utile per il mio paese che soffre una crisi di comunicazione interrotta tra il governo e la popolazione, ma anche tra le varie classi sociali. I film servono per stimolare un dibattito, è il primo passo verso una forma di cambiamento”.

Vigas sta lavorando alla sua opera seconda (The Box)  e anticipa: “Avrò accanto la stessa squadra produttiva e tecnica e finirò la trilogia sul rapporto padre/figlio iniziata con il corto Los Elefantes Nunca Olvidan e proseguita con questo film. L’assenza paterna è la mia ossessione, anche se non ha radici autobiografiche”.

 

 

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