mercoledì, 18 ottobre 2017

Da Maupassant al cinema

Da Maupassant al cinema

Roma, 31 maggio (Fr. Palm.) – La protagonista di Una vita di Guy De Maupassant rivive al cinema grazie a Stéphane Brizé, che ha portato la sua storia di donna-bambina fragile e ferita sul grande schermo nell’omonimo film che alla scorsa Mostra di Venezia vinse il Premio Fipresci e che ora arriva in sala dal 1° giugno con Academy Two (che lo distribuisce – uno dei rarissimi e preziosi casi – in versione originale).

Nel cast, tra gli altri, Judith Chemla, Swann Arlaud, Yolande Moreau e Jean-Pierre Darroussin.

Nella Normandia del 1800, Jeanne è cresciuta amata e protetta dai genitori, con l’idea di un’esistenza felice legata alla famiglia, rafforzata dall’incontro con un visconte locale, che sposerà, innamorata e ricambiata. Ma questo solo inizialmente: ben presto l’uomo si rivelerà gretto, distaccato e soprattutto infedele, tradendola prima con la loro domestica (che metterà anche incinta) e poi con la sua migliore amica. Unico appiglio per Jeanne diventa Paul, che il marito ha concepito con la cameriera, che alleverà come fosse suo figlio e di cui si prenderà cura anche in futuro. Ma crescendo, anche il ragazzo la deluderà, dimostrandosi interessato più ai suoi soldi che al suo affetto. E la donna, rimasta sola, non può far altro che ricordare con nostalgia i bei tempi passati, ormai così lontani, che sono il suo unico conforto, come un Eden perduto.

Il regista ha firmato un’opera diversa da quella precedente, La loi du marché che ha fatto vincere a Vincent Lindon un premio a Cannes, ma solo in apparenza. Vari i punti di contatto tra i due lavori, come spiega lui stesso: “L’epoca e l’ambientazione dei due film sono distanti, ma c’è una connessione intima tra loro, in quanto i protagonisti vivono il momento della fine dell’illusione. Ho scritto Una vita prima de La loi du marché, ma mentre terminavo il montaggio del secondo, ho ripreso in mano la sceneggiatura del primo e ho cambiato la struttura narrativa, adottando solo il punto di vista del personaggio principale. Quindi, in comune, c’è anche la messa in scena e il modo di girare”.

Nel film si respira una forte nostalgia per il passato. Ma Brizé preferisce chiamarla “malinconia”: “E’ una parola che fa parte del mio vissuto e la amo di più – dice – Mi accompagna e in ogni mio film è presente la sensazione di aver tradito qualcosa dei nostri sogni. Viviamo in tempi brutali, il cui il potere appartiene a chi ha il lavoro, dato che scarseggia e molti non lo hanno”.

Centrale, nella vicenda, è il rapporto tra Jeanne e suo figlio: “E’ l’aspetto che trovo più interessante e proprio questo mi ha spinto a fare l’adattamento del libro – afferma il regista – Ho scelto di far finire il film non con la morte del padre ma parlando del figlio per far capire che ognuno di noi paga le conseguenze delle scelte che fa e che spesso il dramma nasce nel luogo della bellezza. Jeanne vuole proteggere il figlio dal mondo e lo tiene con sè, ma così facendo è lei stessa che crea il dramma per la sua vita e per quella del figlio, che poi gliela farà pagare”.

Per Brizé, “Jeanne non ha saputo elaborare il lutto della perdita dell’innocenza dell’infanzia e si è privata di ogni forma di protezione, cosa che la rende un personaggio straordinario ma struggente. La frase chiave del libro e anche del film è che la vita non è mai così bella o così brutta come uno si immagina. Ho letto il romanzo a 27 anni e ho sentito affinità e fratellanza per Jeanne e la sua difficoltà di diventare adulta. L’opera di Maupassant è atemporale perché narra di personaggi non ascrivibili ad una sola epoca e di aspetti intimi che valgono per tutti i secoli”.

Il film si vede in formato ridotto (1:33) per una volontà del regista: “E’ stata una scelta intellettuale, per tradurre in immagini l’idea della chiusura e del senso di reclusione di tutti i personaggi”, conclude.

 

 

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